domenica, giugno 14, 2026

Matteo 20:23

Vangelo secondo Matteo 20:23 NR06
[23] Egli disse loro: «Voi certo berrete il mio calice; ma quanto al sedersi alla mia destra e alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma sarà dato a quelli per cui è stato preparato dal Padre mio».

Bere il calice di Gesù e sedere accanto a Lui nel Suo Regno: la prima cosa non include automaticamente la seconda. Ma cosa significa "bere il calice di Gesù" e "sedere alla Sua destra ed alla Sua sinistra"?

---
Questa è una distinzione cruciale, che è il cuore della risposta di Gesù alla richiesta ambiziosa fatta dalla madre dei figli di Zebedeo (o dai figli stessi, nell'altra versione del Vangelo di Marco). La frase di Gesù separa nettamente due dimensioni della sequela, che spesso tendiamo a confondere.

Analizziamo i due simboli.

1. "Bere il mio calice": la comunione nella sofferenza e nel dono di sé

Nella Bibbia, il "calice" è una metafora potente del destino che Dio assegna a una persona. Può essere un calice di benedizione e salvezza (Salmo 23,5: "Il mio calice trabocca"), o, più spesso nei profeti, un calice di ira e di giudizio che stordisce e fa barcollare (Isaia 51,17; Geremia 25,15-16).

Gesù prende questo simbolo e lo riempie del suo significato definitivo. Per lui, il calice è la sua Passione. Nell'orto del Getsemani, prega: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu" (Matteo 26,39). Il calice di Gesù, quindi, non è un castigo subito passivamente. È:

· L'adesione totale e libera alla volontà del Padre, anche quando questa conduce attraverso la sofferenza, l'ingiustizia e la morte.
· Il dono di sé per amore fino all'estremo. È il battesimo di sangue con cui sarà battezzato (Marco 10,38), l'immersione totale nella condizione umana più lacerata per redimerla dall'interno.
· La fedeltà che resiste alla prova. Non è cercare la sofferenza di proposito (sarebbe masochismo spirituale), ma non fuggirla quando si presenta sul cammino della giustizia e dell'amore.

Cosa significa allora per i discepoli "bere il suo calice"?
Significa partecipare alla sua stessa logica di vita. Non una generica sofferenza umana, ma quella specifica sofferenza che nasce dal conformare la propria vita al Vangelo. È il calice:

· Della testimonianza perseguitata: "Beati i perseguitati per causa della giustizia" (Matteo 5,10).
· Del martirio: Giacomo, uno dei due fratelli, sarà il primo apostolo a morire di spada (Atti 12,2). L'altro, Giovanni, secondo la tradizione, subirà l'esilio e altre prove. La profezia di Gesù si è avverata letteralmente per loro.
· Del morire a sé stessi ogni giorno: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Matteo 16,24). È il calice della lotta quotidiana contro l'egoismo, la superbia, l'orgoglio.
· Della compassione che si fa carico del dolore altrui.

In sintesi, "bere il calice di Gesù" è la vocazione di ogni battezzato. Significa vivere il proprio discepolato come un cammino di configurazione a Cristo, accettando che l'amore, in un mondo segnato dal peccato, assuma inevitabilmente la forma della croce.

2. "Sedere alla mia destra e alla mia sinistra": il mistero insondabile della gloria e della ricompensa

Qui la prospettiva cambia. Il "sedere" accanto al Re è un'immagine di gloria, di autorità e di intimità regale. Nel Regno messianico, chi siede ai lati del trono partecipa in modo unico alla sovranità del Re.

Ed è proprio su questo punto che Gesù opera il colpo di scena che smonta la logica mondana dei discepoli. Loro pensavano in termini di carriera, di posti di potere, di una gerarchia di onore ("dì che sediamo uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nella tua gloria", Mc 10,37).

Gesù risponde in due modi:

1. "Non sta a me concederlo": Non significa che il Figlio non abbia autorità, ma che la sua missione terrena non è quella di assegnare premi in una logica di merito. Lui è venuto per servire e dare la vita (v. 28), non per stilare classifiche. La gloria del Regno è un dono puramente gratuito del Padre, che sfugge alle nostre categorie di calcolo e pretesa. È "preparata" – il verbo indica un'elezione sovrana e gratuita che risale all'eternità di Dio.
2. Il ribaltamento dei valori: La domanda implicita che Gesù lascia sospesa è: "Ma avete capito che nel mio Regno la gloria si manifesta sulla croce?". Chi "siede" alla destra e alla sinistra di Gesù nel momento della sua massima "gloria" terrena, quella del suo innalzamento sulla croce? Due ladroni. Uno lo insulta, l'altro lo riconosce. Marco è molto ironico nel suo Vangelo: la richiesta di Giacomo e Giovanni trova un tragico e rovesciato compimento nel momento culminante della vita di Gesù. I veri posti di gloria sono accanto a lui nel dono totale.

Perché la prima cosa non include automaticamente la seconda?

Perché confonderebbero un rapporto d'amore con una transazione commerciale. Sarebbe come dire: "Siccome ho sofferto e sono stato fedele, ora Dio mi deve una ricompensa proporzionata in gloria". Ma l'amore non funziona così.

· Bere il calice è la nostra risposta all'amore di Dio, resa possibile dalla sua grazia. È la nostra partecipazione alla "koinonia" (comunione) delle sue sofferenze (Filippesi 3,10).
· Sedere nel Regno è il dono incommensurabile e imprevedibile dell'amore del Padre, che supera ogni nostro merito e persino ogni nostra immaginazione. È una questione di pura grazia.

Il pericolo spirituale che Gesù vuole scongiurare è l'atteggiamento del mercenario o dell'operaio che rivendica il salario. La parabola degli operai dell'undicesima ora (Matteo 20,1-16), che precede immediatamente questo episodio, lo dimostra: il padrone dà a tutti il suo dono, scavalcando ogni logica di merito proporzionale. L'ultimo può essere il primo, non per una gara, ma perché l'amore di Dio sconvolge le nostre graduatorie.

La nostra certezza, quindi, non è su un ipotetico "grado di gloria" in base alle nostre sofferenze, ma sulla fedeltà di Dio. La promessa è certa: chi beve il calice con Gesù, cioè chi vive e muore con lui e in lui, sarà con lui, parteciperà alla sua risurrezione. Il "dove" e il "come" di questa gloria, la sua intensità relazionale, è un segreto d'amore custodito nel cuore del Padre. A noi è chiesto di bere, di amare, di donarci; a Lui, di preparare per noi, gratuitamente, ciò che "occhio non vide, né orecchio udì" (1 Corinzi 2,9).

Giobbe 38:4

Giobbe 38:4 (NR06) «Dov'eri tu quando io fondavo la terra? Dimmi, se hai tanta intelligenza». Dopo capitoli e capitoli di domande, Dio f...