martedì, luglio 07, 2026

Matteo 23:37-39

Vangelo secondo Matteo 23:37-39 NR06
[37] «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! [38] Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. [39] Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

---

Questo lamento su Gerusalemme è uno dei momenti più intensi di tutto il Vangelo. Siamo alla fine del capitolo 23, dopo una lunga e durissima requisitoria contro scribi e farisei («Guai a voi...!»). All'improvviso, il tono cambia. La denuncia lascia il posto al pianto. L'ira si scioglie in dolore.

Il lamento: passione divina e libertà umana

C'è un contrasto straziante al centro del versetto 37: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!».

Due volontà si fronteggiano. Da una parte, la volontà appassionata di Dio, espressa con un'immagine che rivela tutto l'affetto protettivo del Signore per il suo popolo. Non è l'immagine del giudice severo, né del re potente. È l'immagine della chioccia, una creatura umile e vulnerabile, che protegge i suoi piccoli a costo della propria vita. Nell'Antico Testamento, questa stessa immagine è usata per descrivere la protezione di Dio sul suo popolo: «Come un'aquila che veglia sulla sua nidiata, che vola sui suoi piccini, così egli spiegò le sue ali, lo prese e lo portò sulle sue ali» (Deuteronomio 32,11). E ancora: «Proteggimi sotto l'ombra delle tue ali» (Salmo 17,8).

Dall'altra parte, la volontà umana che si chiude, che rifiuta, che dice no. «Voi non avete voluto». È il mistero inquietante della libertà umana, che può opporsi all'amore di Dio. Non per difetto dell'offerta divina (è insistente: «quante volte»), ma per un atto deliberato di rifiuto.

La casa deserta: l'abbandono della presenza di Dio

«Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta» (v. 38).

La «casa» è anzitutto il Tempio, la dimora di Dio in mezzo al suo popolo. Nell'Antico Testamento, il Tempio era il luogo dove Dio aveva posto il suo nome e dove la sua gloria abitava (1 Re 8,10-11). Quando Salomone dedicò il Tempio, la nube riempì la casa del Signore, e la gloria di Dio era visibile. Quella presenza era il cuore dell'identità di Israele: Dio abitava in mezzo al suo popolo.

«Deserta» significa che quella presenza si ritira. La casa non è più dimora di Dio, ma un guscio vuoto. Non è Dio che viene cacciato; è l'uomo che, rifiutando il Figlio, perde la presenza del Padre. È lo stesso principio che Gesù aveva già annunciato: «Chi mi respinge, respinge Colui che mi ha mandato» (Luca 10,16). Rifiutando il Messia, Gerusalemme ha rifiutato Dio stesso, e Dio ha ritirato la sua presenza.

Questa profezia si adempì storicamente nel 70 d.C., quando il Tempio fu distrutto. Ma non fu la distruzione a rendere la casa deserta. Fu l'abbandono di Dio che precedette e rese possibile la distruzione. La casa era già vuota prima di essere demolita.

La condizione attuale: ancora deserta

La domanda se Gerusalemme sia tuttora «deserta» nel senso di Matteo 23,38 trova risposta nella Scrittura stessa.

Il Tempio non è stato più ricostruito. Per duemila anni, il popolo ebraico non ha più avuto il luogo stabilito da Dio per la sua presenza. Il culto levitico, con i suoi sacrifici, è cessato. Non c'è più un sommo sacerdote che entra nel Santo dei Santi una volta all'anno. La Shekinah, la gloria di Dio, non abita più in quel luogo.

Ma la ragione profonda di questo abbandono non è architettonica. È teologica. Gesù ha legato la presenza di Dio a una condizione precisa: il riconoscimento di Lui come l'Inviato del Padre. Lo dice chiaramente nel versetto 39: «Non mi vedrete più, finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!». Finché Gerusalemme, come popolo, non riconosce Gesù come il Messia, la casa rimane deserta. La presenza di Dio non è una questione di luogo, ma di relazione con il Figlio. «Chiunque nega il Figlio, non ha neppure il Padre» (1 Giovanni 2,23).

L'apostolo Paolo conferma che questa condizione perdura. In Romani 11, parla di un «indurimento» che è avvenuto in una parte d'Israele, «finché sia entrata la pienezza delle genti» (Romani 11,25). L'apostolo aggiunge che «il dono e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (v. 29) e che alla fine «tutto Israele sarà salvato» (v. 26). Ma questo appartiene al futuro escatologico. Nel tempo presente, l'indurimento permane, e con esso l'assenza di quella presenza che un tempo riempiva il Tempio.

Gerusalemme oggi è una città viva e abitata, ma teologicamente è ancora «deserta»: Dio non abita più lì come un tempo, perché il suo popolo non ha ancora detto al Figlio: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».

Il nuovo Tempio: il corpo di Cristo

Per il Nuovo Testamento, il vero Tempio non è più un edificio di pietra, ma la persona di Gesù Cristo. «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere», disse Gesù (Giovanni 2,19). E l'evangelista commenta: «Egli parlava del tempio del suo corpo» (v. 21). La presenza di Dio, che un tempo abitava nel Santo dei Santi, ora abita in Cristo in tutta la sua pienezza: «In lui abita corporalmente tutta la pienezza della deità» (Colossesi 2,9).

E per estensione, i credenti uniti a Cristo diventano essi stessi tempio di Dio. «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Corinzi 3,16). La Chiesa, edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, con Cristo come pietra angolare, è «un tempio santo nel Signore», «un'abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Efesini 2,20-22).

Dio non abita più in case fatte da mani d'uomo. Abita nel Figlio, e mediante lo Spirito abita in coloro che accolgono il Figlio. Gerusalemme ha perso la presenza di Dio perché ha rifiutato l'unico vero Tempio. Ma chiunque crede in Lui diventa dimora di quella stessa presenza.

«Finché»: la speranza che permane

Il «finché» del versetto 39 è una finestra di speranza. L'abbandono non è definitivo. Gesù non dice «non mi vedrete mai più», ma «non mi vedrete più, finché non direte...». La condizione di deserto durerà fino a quando Gerusalemme riconoscerà il suo Messia.

Paolo descrive questo momento come un mistero: «Tutto Israele sarà salvato; come sta scritto: Il Liberatore verrà da Sion, toglierà via l'empietà da Giacobbe» (Romani 11,26). Quando questo accadrà, la casa non sarà più deserta. La presenza di Dio tornerà, non in un edificio di pietra, ma nella forma definitiva dell'incontro tra il Messia e il suo popolo.

Fino ad allora, Gerusalemme resta, teologicamente, ciò che Gesù ha dichiarato: una casa vuota della presenza di Dio, in attesa di Colui che solo può riempirla di nuovo.

Matteo 23:37-39

Vangelo secondo Matteo 23:37-39 NR06 [37] «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ...