Il contesto: Giosia e la riforma
Giosia salì al trono a otto anni, dopo decenni di idolatria sotto Manasse e Amon. Fu un re secondo il cuore di Dio: «Fece ciò che è giusto agli occhi del Signore e camminò in tutto per le vie di Davide suo padre, senza voltarsi né a destra né a sinistra» (2 Re 22,2). Avviò una riforma radicale: distrusse gli idoli, abbatté i luoghi alti, restaurò il Tempio, celebrò una Pasqua senza precedenti (2 Re 23,21-23). La Scrittura dice che «prima di lui non ci fu alcun re che si fosse convertito al Signore con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima e con tutta la sua forza, secondo tutta la legge di Mosè; e dopo di lui non ne sorse alcuno simile a lui» (2 Re 23,25).
Eppure, proprio questo re fedele muore in battaglia contro il faraone Neco, che gli aveva detto di non opporsi perché Dio era con lui. La domanda è inevitabile: perché?
Il contesto storico: Neco e Carchemis
Siamo nel 609 a.C. L'impero assiro è in fase di disfacimento. Il faraone Neco II d'Egitto sta marciando verso nord per combattere a Carchemis, sull'Eufrate, contro i Babilonesi. Per raggiungere Carchemis, il suo esercito deve attraversare il territorio di Giuda.
Giosia, re di Giuda, si oppone. Forse teme che Neco, dopo Carchemis, attacchi Giuda. Forse è legato da un'alleanza con l'Assiria morente. Forse spera di approfittare del caos per affermare l'indipendenza di Giuda. Il testo non lo dice. Ma la sua decisione di combattere è fatale.
Le parole di Neco: «Dio mi ha comandato»
Neco manda messaggeri a Giosia con un messaggio sorprendente: «Che c'è fra me e te, o re di Giuda? Io non salgo oggi contro di te, ma contro una casa con la quale sono in guerra; e Dio mi ha comandato di far presto. Bada dunque di non opporti a Dio, il quale è con me, affinché egli non ti distrugga» (v. 21).
Un faraone pagano che dice di essere stato comandato da Dio. È un'affermazione sconcertante. Ma la Scrittura la prende sul serio: «Giosia non diede ascolto alle parole di Neco, che venivano dalla bocca di Dio» (v. 22). Il testo ispirato riconosce che quelle parole erano davvero di Dio.
Dio può parlare anche attraverso un re pagano. Lo aveva già fatto con il faraone ai tempi di Abramo (Genesi 12,17-20), con Abimelec (Genesi 20,3-7), con Ciro, che Isaia chiama «mio pastore» e «mio unto» (Isaia 44,28; 45,1). Dio è sovrano su tutta la storia, e può usare chi vuole per compiere i suoi propositi.
Neco stava marciando contro i Babilonesi, che sarebbero stati lo strumento del giudizio di Dio su Giuda. Opporsi a Neco significava opporsi al piano di Dio. Giosia non lo capì.
La disobbedienza di Giosia
«Ma Giosia non volle tornare indietro; anzi, si travestì per assalirlo e non diede ascolto alle parole di Neco, che venivano dalla bocca di Dio» (v. 22).
Il testo è drammatico. Giosia, il re fedele, il riformatore, l'uomo secondo il cuore di Dio, disobbedisce a una parola che veniva da Dio. Si traveste, come aveva fatto Achab prima di lui (1 Re 22,30), e va in battaglia. Non per orgoglio, forse, ma per una valutazione umana sbagliata, per un calcolo politico, per un eccesso di zelo.
La lezione è dura: anche i più giusti possono sbagliare. La fedeltà di una vita non garantisce l'infallibilità di ogni decisione. Giosia aveva fatto molto bene, ma in questo frangente sbagliò. E l'errore gli costò la vita.
La morte a Meghiddo
La battaglia si svolge nella valle di Meghiddo, luogo simbolo di tante battaglie nella storia di Israele. Gli arcieri egiziani colpiscono Giosia. Il re, ferito gravemente, chiede ai suoi servitori di portarlo via. Muore a Gerusalemme, nella tomba dei suoi padri.
La tragedia è totale. Il re che aveva riformato il culto, che aveva celebrato la Pasqua più grande della storia, muore per mano di un re pagano che portava un messaggio di Dio. E tutto Giuda e Gerusalemme lo piansero. Il profeta Geremia compose un lamento per lui (2 Cronache 35,25), e il ricordo di Giosia rimase vivo per generazioni.
Il significato teologico
Questo episodio insegna alcune verità profonde.
Dio è sovrano su tutta la storia. Non solo su Israele, ma su tutte le nazioni. Può usare un faraone pagano per compiere i suoi disegni. «Io sono il Signore, e non ce n'è altri; io formo la luce e creo le tenebre, faccio la pace e creo il male. Io, il Signore, faccio tutte queste cose» (Isaia 45,6-7).
La disobbedienza ha conseguenze, anche per i giusti. Giosia era un uomo di Dio, ma la sua disobbedienza gli costò la vita. La grazia non annulla la responsabilità. «Non v'ingannate: Dio non si lascia deridere; ciò che l'uomo semina, quello pure raccoglierà» (Galati 6,7).
La fedeltà di una vita non è garantita dall'assenza di errori. Giosia sbagliò, ma la sua vita rimase un esempio. La Scrittura non lo condanna come empio, ma ne riconosce la grandezza. Il suo errore non cancella la sua fedeltà. Dio è misericordioso anche con i suoi servi che sbagliano.
La morte di Giosia prefigura la morte di Cristo. Un re giusto muore per mano di un potere pagano, e il popolo lo piange. Ma la morte di Giosia non salvò nessuno. La morte di Cristo, invece, è il sacrificio che salva il mondo. Giosia muore per il suo errore; Cristo muore per i nostri peccati. Giosia è sepolto nella tomba dei suoi padri; Cristo risorge il terzo giorno.
Conclusione
La morte di Giosia è una delle pagine più dolorose della storia di Giuda. Un re fedele, un riformatore, un uomo secondo il cuore di Dio, muore per non aver ascoltato una parola che veniva da Dio, pronunciata da un re pagano.
La lezione è chiara: Dio parla, e dobbiamo ascoltare. Anche quando la voce è inattesa, anche quando viene da chi non appartiene al popolo di Dio. La fede non è solo zelo, è anche discernimento. E il discernimento richiede umiltà: la disponibilità a lasciarci sorprendere da Dio, a riconoscere la sua voce anche dove non la cerchiamo. Giosia non lo fece, e perse la vita. Noi, che abbiamo la Scrittura e lo Spirito, siamo chiamati a fare meglio.