domenica, maggio 17, 2026

Filippesi 1:15-17

Lettera ai Filippesi 1:15-17 NR06
[15] Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. [16] Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; [17] ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene.

Domande:
1. Paolo si riferisce a qualcuno di preciso, dicendo che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità?

2. Quali sono le afflizioni che costoro pensano di provocare in Paolo durante la sua prigionia?

3. Tutti i cristiani sono chiamati a predicare il Vangelo?

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Domanda 1: Paolo si riferisce a qualcuno di preciso, dicendo che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità?

Il testo non fornisce nomi specifici. Paolo utilizza espressioni generiche («alcuni», «ce ne sono anche altri») senza identificare individui concreti (Filippesi 1:15). Tuttavia, è probabile che si riferisse a predicatori cristiani presenti a Roma (dove Paolo era prigioniero) che conoscevano la sua situazione. Le motivazioni descritte sono:

· Invidia (φθόνος, phthonos): dispiacere per il successo altrui.
· Rivalità (ἔρις, eris): spirito di contesa, ambizione egoistica.

Paolo non contesta la correttezza del loro messaggio (predicano Cristo), ma solo le loro intenzioni.

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Domanda 2: Quali sono le afflizioni che costoro pensano di provocare in Paolo durante la sua prigionia?

Paolo scrive che costoro «annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene» (Filippesi 1:17). L’afflizione (θλῖψις, thlipsis) che intendevano causare era di natura psicologica ed emotiva, non fisica. Paolo era già in catene (Filippesi 1:13-14). Costoro pensavano di:

· Accrescere la sua sofferenza interiore.
· Danneggiare la sua reputazione o la sua opera.
· Aggiungere umiliazione alla sua prigionia.

Tuttavia, Paolo reagisce dichiarando: «Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora» (Filippesi 1:18).

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Domanda 3: Tutti i cristiani sono chiamati a predicare il Vangelo?

Nel contesto immediato di Filippesi 1, Paolo distingue tra coloro che predicano Cristo (Filippesi 1:15-17) e la generalità dei credenti. Egli non afferma esplicitamente in questo passo che tutti i cristiani sono chiamati a predicare. Tuttavia, altrove la Scrittura indica che l’annuncio del Vangelo è un compito affidato ai discepoli.

Matteo 28:16-20 dice: «Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro designato. Quando lo videro, lo adorarono; alcuni però dubitarono. Gesù, avvicinatosi, parlò loro dicendo: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente”».

Il comando è rivolto direttamente agli undici discepoli (Matteo 28:16). Tuttavia, questi stessi discepoli lo trasmisero ad altri, come si vede negli Atti e nelle lettere, dove l’annuncio del Vangelo è affidato a «molti» (Filippesi 1:14), a Timoteo e altri collaboratori. Il Vangelo si diffonde perché coloro che lo hanno ricevuto lo annunciano ad altri. Romani 10:14 dice: «Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udranno, se non c’è chi annunci?». Questo principio non limita l’annuncio a una casta ristretta, ma implica che chi ha creduto e conosciuto il Vangelo può diventare strumento perché altri ascoltino.

In Atti 8:4, dopo la persecuzione, «quelli che erano stati dispersi andavano di luogo in luogo, annunciando la parola». Non erano apostoli, ma credenti comuni. In 1 Pietro 3:15, ogni credente è esortato: «Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a chiunque ve ne chieda ragione». Questo indica che la testimonianza personale e l’annuncio del Vangelo non sono limitati ad alcuna categoria specifica di credenti.

Pertanto, sebbene il comando diretto di Matteo 28:19 sia rivolto agli undici discepoli, il Nuovo Testamento mostra che l’annuncio del Vangelo si estende a tutti i credenti, ciascuno secondo la propria vocazione e opportunità.

Considerazioni aggiuntive sulla predicazione del Vangelo 
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1. «Udire» non è uguale a «credere»

Paolo scrive in Romani 10:14: «Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udranno, se non c’è chi annunci?». La sequenza è: annuncio → ascolto → fede → invocazione. L’annuncio non è fine a sé stesso; è finalizzato alla fede.

Molti hanno «udito» il Vangelo, ma non hanno creduto. L’apostolo stesso dice in Romani 10:16: «Ma non tutti hanno ubbidito al Vangelo; Isaia infatti dice: “Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?”». L’esistenza di una conoscenza generica non equivale all’accoglienza salvifica. Per questo l’annuncio rimane necessario: non per far conoscere un nome, ma per condurre alla fede.

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2. Il comando di annunciare non è scaduto

In Matteo 28:19-20, Gesù comanda ai discepoli di «fare discepoli tutti i popoli». Non dice: «fino a quando il nome sarà diventato famoso». Il mandato è fino «alla fine dell’età presente» (Matteo 28:20). L’apostolo Paolo stesso, pur avendo predicato in molte regioni, dichiara in Romani 15:20-21: «Mi sono sforzato di predicare il Vangelo non là dove Cristo era già stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui, ma come sta scritto: “Coloro ai quali non era stato annunciato lo vedranno, e quelli che non avevano udito comprenderanno”». Paolo riconosce che ci sono ancora popoli che non hanno udito.

Anche oggi, non si tratta solo di «indigeni in zone remote». L’annuncio include la predicazione della Parola a chi l’ha già sentita ma non l’ha accolta, a chi ne ha una conoscenza distorta, a chi vive in contesti di indifferenza o scristianizzazione, a chi non ha mai incontrato un testimone credente. Inoltre, ogni generazione ha bisogno di riascoltare il Vangelo perché la fede non si eredita automaticamente (cfr. Deuteronomio 6:6-7; Salmo 78:5-7).

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3. Annuncio e testimonianza personale

La Scrittura non limita l’annuncio alla predicazione pubblica. 1 Pietro 3:15 dice: «Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a chiunque ve ne chieda ragione». Questo può avvenire in qualsiasi luogo e tempo, anche tra persone che hanno già sentito parlare di Cristo. La qualità della testimonianza, la coerenza della vita e la capacità di rispondere alle domande sono forme di annuncio sempre attuali.

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4. Conclusione

Il fatto che molti abbiano sentito parlare del Vangelo non rende superfluo l’annuncio. La Scrittura non dice: «Annuncerete finché tutti avranno sentito nominare Cristo», ma: «Andate, fate discepoli» (Matteo 28:19). Il discepolato implica un cammino di insegnamento e di obbedienza a «tutte le cose che vi ho comandato» (Matteo 28:20). E questo richiede un annuncio vivo e continuo, non una semplice notizia archiviata.

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