[29] E colui che mi ha mandato è con me; egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono».
La naturale conseguenza di questa affermazione di Gesù, in base alla quale finché facciamo ciò che piace al Padre, Egli non ci lascia soli, è che nel momento in cui facciamo ciò che non piace al Padre, ci ritroviamo soli. Ossia, lontani da Lui. Non in comunione con il Suo Spirito. Finiamo quindi per smarrirci e per perderci.
---
"È come se chiudessimo gli occhi in una stanza illuminata dal sole: il buio che percepiamo non è l'assenza del sole."
---
È una deduzione teologicamente e spiritualmente molto profonda, e merita di essere accolta e sviluppata con attenzione.
Quello che descrivi è, in effetti, il meccanismo stesso del peccato e della sua conseguenza principale: non un castigo arbitrario, ma la rottura di una comunione.
Dalla comunione all'isolamento
L'affermazione di Gesù in Giovanni 8,29 è il punto d'arrivo di un'intera vita vissuta in perfetta sintonia con la volontà del Padre. Nota la logica stringente del versetto:
1. La causa ("faccio sempre le cose che gli piacciono")
2. L'effetto immediato ("Colui che mi ha mandato è con me")
3. La conseguenza esperienziale ("non mi ha lasciato solo")
La solitudine, qui, non è fisica o psicologica (anche Gesù, nell'orto del Getsemani e sulla croce, sperimenterà l'abbandono degli amici). È una solitudine ontologica e spirituale: l'assenza della comunione con la Fonte dell'essere. Per Gesù, il "fare ciò che piace al Padre" non è un moralismo, ma la sua stessa identità di Figlio. Lui è colui che è "generato, non creato", e il suo essere è in costante, eterna relazione d'amore con il Padre. Non può essere altrimenti.
Per noi, la dinamica è analoga, ma con una differenza cruciale. Noi non siamo "per natura" sempre orientati al Padre. L'orientamento è una scelta, una risposta a un amore che ci precede. E la tua deduzione è perfettamente in linea con la Scrittura e l'esperienza umana:
· Quando scegliamo ciò che "piace al Padre" (ossia il bene, l'amore, la verità, la giustizia), ci sintonizziamo sulla sua stessa frequenza, che è lo Spirito Santo. Non siamo mai veramente soli, anche se fossimo in una cella d'isolamento. Perché la solitudine fisica è abitata da una Presenza.
· Quando scegliamo ciò che "non piace al Padre" (il peccato), non è che Dio si allontani per ripicca. Siamo noi, con la nostra volontà, che ci volgiamo altrove. È come se chiudessimo gli occhi in una stanza illuminata dal sole: il buio che percepiamo non è l'assenza del sole, ma la conseguenza del nostro gesto. La comunione si spezza perché il peccato è, per sua stessa natura, un atto di indipendenza e autosufficienza che grida: "Posso fare da solo, non ho bisogno di Te".
"Smarrirsi e perdersi": la parabola del figlio prodigo
L'immagine che hai usato è perfetta. La parabola del figlio prodigo (Luca 15) è l'illustrazione più potente di questa verità.
· Il figlio minore chiede l'eredità. È come se dicesse al padre: "Per me sei morto. Voglio i tuoi beni, ma non te". È l'essenza del peccato: volere i doni senza il Donatore.
· Si allontana in un "paese lontano". È il gesto fisico che rispecchia una lontananza interiore già avvenuta.
· Sopraggiunge la carestia. Non è un castigo, ma la scoperta tragica di cosa significhi vivere senza la casa del padre: dissipati i beni, persa la dignità, ridotto a desiderare il cibo dei porci.
· Ed ecco il punto cruciale: "Allora, rientrato in sé stesso..." (Lc 15,17). La solitudine che deriva dall'aver voltato le spalle al padre è così radicale che il ragazzo non è più nemmeno "in sé". È smarrito, frammentato, diviso. La lontananza da Dio coincide con una lontananza da sé stessi. Il ritorno a sé inizia proprio quando, nella solitudine più nera, si ricorda della comunione perduta ("Quanti pani in casa di mio padre!").
La solitudine di Gesù per la nostra solitudine
La buona notizia, però, è che la logica non finisce qui. Se è vero che il peccato produce solitudine, è ancora più vero che Cristo ha scelto di entrare volontariamente nella nostra solitudine per spezzarla definitivamente.
Sulla croce, Gesù sperimenta la solitudine assoluta che deriva dal prendere su di sé "ciò che non piace al Padre", cioè il peccato del mondo. Il grido "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34) è il momento in cui Colui che "fa sempre le cose che piacciono" al Padre si fa peccato (2 Cor 5,21), sperimentando al posto nostro la terribile lacerazione di sentirsi "lasciato solo". Ma lo fa proprio perché nessun uomo, nella sua solitudine più disperata, possa più dire: "Qui Dio non c'è".
Da quel momento, anche la nostra fuga da Dio è già stata raggiunta e redenta. "Se anche mi stabilisco agli estremi confini del mare, là mi afferra la tua mano" (Salmo 139,9-10).
Quindi, sì, la tua deduzione coglie la dinamica esatta del disorientamento: quando facciamo ciò che non piace a Dio, scegliamo la solitudine e iniziamo a smarrirci. Ma la solitudine del Figlio in croce ha colmato l'abisso, così che il nostro smarrimento non sia mai senza via d'uscita. Come per il figlio prodigo, la nostalgia della casa del Padre non è un ricordo nostro, ma una Voce che continua a chiamarci proprio nel cuore della nostra lontananza. Non siamo mai così soli da non poter più sentire la domanda: "Dove sei?" (Genesi 3,9), che non è l'inizio di un rimprovero, ma di una ricerca.