“Se i suoi figli abbandonano la mia legge e non camminano secondo i miei ordini, se violano i miei statuti e non osservano i miei comandamenti, io punirò il loro peccato con la verga e la loro colpa con percosse; ma non gli ritirerò la mia grazia e non verrò meno alla mia fedeltà. Non violerò il mio patto e non muterò quanto ho promesso. Una cosa ho giurato per la mia santità e non mentirò a Davide: la sua discendenza durerà in eterno e il suo trono sarà davanti a me come il sole, sarà stabile per sempre come la luna; e il testimone che è nei cieli è fedele». [Pausa]”
Salmi 89:30-37 NR06
Domanda: Cosa vuol dire che Dio non ritirerà la sua grazia al suo popolo? Che coloro che saranno stati infedeli riceveranno comunque la salvezza o che nonostante l'infedeltà generale del popolo di Israele, da quello stesso popolo Dio farà uscire il Messia tenendo fede alle sue promesse?
La domanda tocca una distinzione fondamentale tra la fedeltà di Dio al suo patto e la salvezza individuale. La risposta breve è: entrambe le cose, ma in sensi diversi. Il Salmo 89 non insegna che i peccatori impenitenti siano automaticamente salvati, ma afferma con forza che Dio non verrà meno alla sua promessa messianica fatta a Davide, nonostante l'infedeltà del popolo.
Il contesto: il patto davidico
Il Salmo 89 è un lamento comunitario che nasce da una crisi storica drammatica: la dinastia davidica sembra crollata, il trono è umiliato, il re è sconfitto. Il salmista grida a Dio: «Fino a quando, Signore? Ti nasconderai per sempre?» (v. 46). Eppure, nel cuore del salmo, c'è una dichiarazione di fiducia incrollabile nella fedeltà di Dio.
Il salmo riprende la promessa fatta a Davide in 2 Samuele 7: «La tua casa e il tuo regno saranno stabili per sempre davanti a te; il tuo trono sarà reso stabile per sempre» (2 Samuele 7,16). È un patto incondizionato riguardo alla dinastia: Dio si impegna a mantenere un discendente di Davide sul trono, nonostante i peccati dei re.
La punizione è reale
Il salmo non nasconde la gravità del peccato. «Se i suoi figli abbandonano la mia legge... io punirò il loro peccato con la verga e la loro colpa con percosse» (vv. 30-32). La grazia di Dio non annulla la disciplina. Chi pecca, riceve la punizione. La storia di Israele e di Giuda lo dimostra: i re infedeli hanno subito sconfitte, esilio, distruzione. Dio non chiude gli occhi davanti al male.
Questo esclude una lettura di comodo: la promessa di Dio non è un lasciapassare per peccare impunemente. Paolo lo dirà con forza: «Che dunque? Peccheremo perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? No di certo!» (Romani 6,15).
La grazia non viene ritirata
Tuttavia, il salmo afferma con altrettanta chiarezza: «Ma non gli ritirerò la mia grazia e non verrò meno alla mia fedeltà. Non violerò il mio patto e non muterò quanto ho promesso» (vv. 33-34). Qui sta il cuore della questione.
La grazia di cui parla il salmo non è la salvezza individuale dei peccatori impenitenti. È la fedeltà di Dio al suo patto con Davide. Dio ha promesso che dalla discendenza di Davide sarebbe venuto un Re eterno. Quella promessa non viene meno, anche se i discendenti di Davide peccano e vengono puniti.
Il salmo dice: Dio può punire i figli di Davide, può permettere che il trono venga umiliato, può far passare il popolo attraverso il giudizio. Ma non romperà mai il patto, non cancellerà la promessa, non ritirerà la sua grazia.
Il compimento in Cristo
Questa promessa trova il suo compimento in Gesù Cristo. Egli è il Figlio di Davide, il Re eterno, il cui trono non avrà fine. «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine» (Luca 1,32-33).
Nonostante l'infedeltà di Israele, nonostante i secoli di apostasia, nonostante la dinastia davidica sia caduta e il trono sia scomparso, Dio è rimasto fedele. Da quel popolo, da quella discendenza, è nato il Messia. La promessa non è stata revocata. La grazia non è stata ritirata.
La salvezza individuale: una cosa diversa
Ma attenzione: il salmo non dice che ogni singolo israelita, anche se infedele, sarà salvato. La salvezza individuale richiede ravvedimento e fede. «Se abbandonano la mia legge... io punirò il loro peccato». Chi muore nell'infedeltà, chi rifiuta la grazia, chi persiste nel peccato senza pentirsi, non erediterà la vita eterna.
Il patto davidico è incondizionato riguardo alla promessa messianica, ma la partecipazione personale a quella salvezza è condizionata alla fede. Paolo lo spiega in Romani 9-11: «Non tutti i discendenti d'Israele sono Israele» (Romani 9,6). E ancora: «Se alcuni non hanno creduto, la loro incredulità potrà forse annullare la fedeltà di Dio? No di certo!» (Romani 3,3-4).
Dio è fedele al suo patto, ma l'uomo può rifiutare la grazia. La fedeltà di Dio non costringe nessuno a essere salvato contro la propria volontà.
Conclusione
Il Salmo 89 insegna che:
1. Dio punisce il peccato, anche nei suoi figli. La grazia non è impunità.
2. Dio non ritira la sua grazia nel senso che non viene meno alla sua promessa messianica. Il patto con Davide è irrevocabile.
3. Da Israele, nonostante la sua infedeltà, è venuto il Messia, e Dio ha mantenuto la sua promessa.
4. La salvezza individuale richiede fede e ravvedimento. Nessuno è salvato automaticamente per appartenenza etnica o religiosa.
Il salmo è un inno alla fedeltà di Dio, che non viene meno nemmeno quando l'uomo fallisce. Ma è anche un monito: la fedeltà di Dio non ci esime dalla responsabilità personale. Come dice Paolo: «Tu dunque che insegni agli altri, non insegni a te stesso?» (Romani 2,21). La promessa è certa, ma la risposta è personale.