sabato, luglio 11, 2026

Matteo 19:27-28

Vangelo secondo Matteo 19:27-28 NR06
[27] Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?» [28] E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi che mi avete seguito sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. 

La domanda di Pietro, con la sua tipica impulsività, è in realtà la domanda di ogni credente. E la risposta di Gesù è tra le più solenni e impegnative di tutto il Vangelo.

La domanda di Pietro: «Che ne avremo?»

Pietro ha appena assistito alla scena del giovane ricco, che se n'è andato triste perché non ha saputo lasciare i suoi beni (Matteo 19,16-22). Gesù ha poi commentato quanto sia difficile per un ricco entrare nel Regno dei cieli. A questo punto Pietro, con la sua schiettezza a volte ingenua, fa presente che loro, i Dodici, hanno fatto esattamente ciò che il giovane ricco non ha saputo fare: hanno lasciato tutto e hanno seguito Gesù. E chiede: «Che ne avremo?».

La domanda può suonare interessata, quasi mercenaria. E in parte lo è. Pietro ragiona ancora in termini di dare e avere, di rinuncia e ricompensa. Ma Gesù non lo rimprovera. Non gli dice: «Dovresti seguirmi gratis, per amore». Invece, prende sul serio la sua domanda e risponde con una promessa di una grandezza smisurata.

La promessa: troni e giudizio

La risposta di Gesù si colloca «nella nuova creazione» (in greco palinghenesía, letteralmente «rigenerazione»). È il termine che indica il rinnovamento finale di tutte le cose, quando il mondo presente, segnato dal peccato, sarà trasfigurato e reso nuovo. Non si tratta di una ricompensa in questo mondo, ma della gloria escatologica.

In quella rigenerazione, il Figlio dell'uomo siederà «sul trono della sua gloria». È un'immagine che richiama Daniele 7,13-14, dove al Figlio dell'uomo è dato dominio, gloria e regno, e tutti i popoli lo servono. Gesù sta rivendicando per sé il ruolo del giudice universale, che l'Antico Testamento riservava a Dio.

E a Pietro e agli altri apostoli promette dodici troni. Dodici, come le tribù d'Israele. Il numero non è casuale. Nell'antico Israele, le dodici tribù rappresentavano la totalità del popolo di Dio. Gesù sta dicendo che i Dodici saranno i giudici del popolo eletto. Un'inversione sorprendente: quei dodici uomini, pescatori galilei senza istruzione, siederanno come giudici su coloro che ora li disprezzano.

La promessa è grandiosa, ma va compresa bene. Il verbo «giudicare» non indica necessariamente una condanna. Nella Bibbia, il giudizio dei santi sul mondo è spesso presentato come una partecipazione al governo messianico (1 Corinzi 6,2-3; Apocalisse 20,4). È un ruolo di autorità e di regalità condivisa con Cristo.

La ricompensa: gratuità e proporzione

La risposta di Gesù non elimina la gratuità del discepolato. Il Regno non si compra con le rinunce. Ma la gratuità non esclude una ricompensa. Anzi, Gesù è generoso nel prometterla. Pochi versetti dopo, aggiungerà: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi, per amore del mio nome, ne riceverà cento volte tanto ed erediterà la vita eterna» (Matteo 19,29).

C'è un principio di proporzione: alla rinuncia corrisponde una ricompensa infinitamente superiore. Non per diritto, ma per grazia. Dio non è in debito con nessuno, ma nella sua liberalità vuole premiare oltre ogni misura ciò che si è lasciato per Lui. San Paolo lo esprimerà con parole altrettanto forti: «Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che sarà manifestata a nostro riguardo» (Romani 8,18).

La nuova creazione: non solo futuro

Il termine «nuova creazione» (palinghenesía) compare solo qui e in Tito 3,5, dove si parla del «lavacro della rigenerazione», cioè del battesimo. Questo suggerisce che la nuova creazione non è solo un evento futuro, ma è già iniziata. Con la venuta di Cristo, il mondo nuovo ha fatto irruzione nel mondo vecchio. Il battesimo è il punto di ingresso personale in questa realtà nuova.

I troni promessi ai Dodici sono futuri, ma la loro radice è già nel presente: nel «voi che mi avete seguito». La sequela è la condizione per partecipare alla gloria. Non una sequela perfetta (Pietro rinnegherà, Giuda tradirà, e il suo posto sarà preso da Mattia), ma una sequela reale, fatta di abbandono, di fatica, di cadute e di rialzamenti.

Conclusione: il centuplo e la croce

La promessa di Gesù è solenne, ma non va fraintesa. Non è una promessa di potere mondano. Il «giudicare» le tribù d'Israele non significa dominare sugli altri, ma partecipare del potere regale di Cristo, che è un potere di servizio e di amore.

Subito dopo, Gesù ricorderà che «molti primi saranno ultimi, e molti ultimi saranno primi» (Matteo 19,30), e racconterà la parabola degli operai dell'undicesima ora (Matteo 20,1-16), dove la logica del merito viene scardinata. La ricompensa è certa, ma è grazia, non salario.

E poi, proprio mentre i discepoli sognano troni, Gesù si incammina verso Gerusalemme per sedere sul trono della croce. Perché il trono della gloria, per ora, è il legno. E i Dodici impareranno che giudicare le tribù d'Israele significa dare la vita per loro, come farà il Maestro.

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Matteo 19:27-28 (NR06)

[27] Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?» [28] E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi che mi avete seguito sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele».

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Contesto: La Ricompensa per Chi Ha Lasciato Tutto

Gesù ha appena parlato al giovane ricco, che se ne va triste perché aveva molti beni (Matteo 19:16-22). Gesù ha poi detto ai discepoli: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» (19:24). Pietro, rappresentando i discepoli, osserva: «Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?» (v. 27). Non è una domanda mercenaria, ma un'espressione di fiducia: i discepoli hanno fatto ciò che il giovane ricco non ha voluto fare. Hanno lasciato case, famiglie, professioni. Ora chiedono: che ricompensa avremo?

Gesù risponde con una promessa grandiosa. Nella «nuova creazione» (παλιγγενεσία, palingenesia), quando Egli siederà sul trono della gloria, i discepoli siederanno su dodici troni per giudicare le dodici tribù d'Israele. Non è una ricompensa materiale, ma una partecipazione al governo messianico. La promessa è insieme letterale (per gli apostoli) e simbolica (per tutti i credenti che partecipano al giudizio del mondo, cfr. 1 Corinzi 6:2).

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Analisi del Versetto

«Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito» – «Abbiamo lasciato» (ἀφήκαμεν, aphēkamen) indica un abbandono totale e volontario. Pietro non sta vantandosi; sta semplicemente ricordando a Gesù ciò che hanno fatto. Ma è anche una richiesta di conferma: «Abbiamo fatto la scelta giusta?». La loro sequela è stata costosa, ma non è ancora stata ricompensata visibilmente.

«Che ne avremo dunque?» – La domanda è legittima. Gesù non l'ha mai condannata. Anzi, l'ha incoraggiata. La ricompensa non è indegna; è promessa. In Matteo 6:19-21, Gesù ha detto di accumulare tesori in cielo. Ora Pietro chiede: quali sono quei tesori? La domanda è l'occasione per una promessa.

«Nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria» – «Nuova creazione» (παλιγγενεσία, palingenesia) è un termine che indica la rigenerazione di tutte le cose, la restaurazione finale del mondo (cfr. Romani 8:21; Apocalisse 21:1-5). Il «Figlio dell'uomo» è il titolo messianico di Daniele 7:13-14, dove il Figlio dell'uomo riceve dominio, gloria e regno. Il «trono della sua gloria» è il luogo del giudizio e del governo universale. La ricompensa dei discepoli è partecipare a quel governo.

«Anche voi siederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele» – I dodici troni corrispondono ai dodici apostoli (cfr. Apocalisse 21:14). Giudicare (κρίνω, krinō) non significa solo condannare, ma anche governare, amministrare giustizia, guidare. Le «dodici tribù d'Israele» rappresentano il popolo di Dio nella sua interezza. La promessa è che gli apostoli avranno un ruolo nel governo del Regno messianico. Non è una promessa di potere mondano, ma di partecipazione all'opera di Cristo.

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La Nuova Creazione e la Ricompensa

La ricompensa dei discepoli non è terrena. Non è una casa più grande o un conto in banca più sostanzioso. È la partecipazione alla nuova creazione. Il giovane ricco aveva rifiutato di lasciare le sue ricchezze per seguire Gesù. I discepoli le hanno lasciate. La loro ricompensa è essere associati al governo di Cristo. È una promessa che guarda al futuro, ma che inizia già ora: seguire Gesù è la ricompensa più grande, perché è l'anticipo del Regno.

La promessa non è solo per i dodici apostoli. In Apocalisse 3:21, Gesù dice: «A chi vincerà darò di sedere con me sul mio trono, come io ho vinto e mi sono seduto con il Padre suo sul suo trono». Tutti i credenti partecipano, in qualche misura, al regno di Cristo. La ricompensa non è meritocratica, ma è la manifestazione della grazia.

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Cosa mi dice questo brano di Gesù?

1. Gesù è il Figlio dell'uomo che siede sul trono della gloria. È il compimento della profezia di Daniele 7:13-14. Il suo trono non è un simbolo di potere terreno, ma di autorità divina. Egli è il giudice di tutti (Giovanni 5:22). La sua gloria è la gloria del Padre.
2. Gesù promette la partecipazione al suo Regno. Non solo salvezza, ma condivisione del governo. Ai discepoli che hanno lasciato tutto, offre un ruolo nella nuova creazione. La ricompensa è la comunione con Lui e la partecipazione alla sua opera.
3. Gesù non respinge la domanda di Pietro. Non gli dice: «Non pensare alla ricompensa, ama gratis». Accoglie la sua domanda e la trasforma in una promessa. La ricompensa è parte del Vangelo. Non è un guadagno egoistico, ma la gioia di essere con Lui.
4. Gesù è il centro della nuova creazione. La nuova creazione non è un ritorno all'Eden, ma un rinnovamento di tutte le cose in Cristo (Colossesi 1:15-20). Il trono di Gesù è il centro del nuovo cielo e della nuova terra. La nostra ricompensa è stare con Lui.
5. Gesù insegna che il sacrificio non è vano. Pietro aveva lasciato tutto. Gesù dice: non te ne pentirai. La ricompensa sarà proporzionale al sacrificio, ma soprattutto sarà la gioia di essere con Lui. In Marco 10:29-30, Gesù promette: «Riceverà cento volte tanto... e, nel mondo a venire, la vita eterna».

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Applicazione

1. Non seguire Gesù per interesse, ma non disprezzare la ricompensa. La promessa della ricompensa non è un incentivo materialistico, ma una speranza che alimenta la perseveranza.
2. La ricompensa non è terrena. Se segui Gesù per ottenere beni materiali, resterai deluso. La ricompensa è la nuova creazione, il trono, la vita eterna. Sono cose che gli occhi non hanno visto (1 Corinzi 2:9).
3. Il sacrificio per Cristo non sarà mai vano. Hai lasciato qualcosa? Hai rinunciato a qualcosa per seguirlo? Non sarà inutile. Egli ti ricompenserà. Non ora, forse, ma nella nuova creazione.
4. Il giudizio dei discepoli è un servizio. Non sedersi su un trono per dominare, ma per servire. Il giudizio dei credenti è l'estensione della giustizia di Cristo. Non è potere, ma amore.
5. La tua ricompensa è Cristo stesso. La promessa più grande non è il trono, ma la presenza di Cristo. «Stare con lui» è la ricompensa più alta. Il trono è solo un dettaglio.

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Conclusione

La Scrittura insegna che Gesù rispose alla domanda di Pietro: «Noi abbiamo lasciato tutto; che ne avremo?» dicendo: «Nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi siederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele» (Matteo 19:27-28). La ricompensa dei discepoli è la partecipazione al regno di Cristo. Non è una ricompensa materiale, ma la gioia di essere con Lui e di condividere la sua gloria. Se hai lasciato qualcosa per seguire Gesù, non temere. La tua ricompensa è sicura. Non ora, non subito, ma nel giorno della nuova creazione. E quel giorno vale ogni sacrificio.



venerdì, luglio 10, 2026

Luca 7:44-47

Vangelo secondo Luca 7:44-47 NR06
[44] E, voltatosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato dell’acqua per i piedi; ma lei mi ha bagnato i piedi di lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. [45] Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi i piedi. [46] Tu non mi hai versato l’olio sul capo; ma lei mi ha cosparso di olio profumato i piedi. [47] Perciò io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama». 

Questo brano è uno dei capolavori narrativi e teologici del Vangelo di Luca. Siamo a casa di Simone il fariseo, durante un banchetto. Una donna, nota in città come peccatrice, entra senza invito, si getta ai piedi di Gesù, li bagna di lacrime, li asciuga con i capelli, li bacia e li unge con olio profumato. Simone, scandalizzato, pensa tra sé che se Gesù fosse davvero un profeta saprebbe chi è quella donna e non si lascerebbe toccare.

Gesù risponde prima con la parabola dei due debitori (vv. 41-43), poi con il confronto diretto e bruciante che abbiamo letto.

Il contrasto: ciò che Simone non ha fatto

Gesù elenca tre gesti di ospitalità che Simone ha omesso, e li contrappone ai tre gesti della donna.

Primo: l'acqua per i piedi. In una terra polverosa, offrire acqua all'ospite per lavarsi i piedi era il minimo della cortesia. Simone non lo ha fatto. Forse perché ha invitato Gesù con sufficienza, per studiarlo, per giudicarlo, non per onorarlo.

Secondo: il bacio. Il bacio di saluto era un segno di accoglienza e di rispetto tra pari. Simone lo ha negato. Ha accolto Gesù in casa sua, ma non lo ha accolto nel suo cuore.

Terzo: l'olio sul capo. Ungere il capo dell'ospite con olio profumato era un segno di onore e di gioia. Simone non lo ha fatto. Forse non considerava Gesù degno di un tale onore.

Simone non è un nemico dichiarato di Gesù. È un uomo perbene, un osservante, uno che ha invitato Gesù a pranzo. Ma la sua cortesia di facciata nasconde un cuore freddo. Ha dato la casa, ma non ha dato sé stesso. Ha offerto il cibo, ma non l'onore. La sua è l'ospitalità di chi vuole esaminare, non amare.

La risposta della donna: l'amore che non si risparmia

La donna, invece, ha fatto tutto ciò che Simone non ha fatto, e lo ha fatto in modo eccessivo, scandaloso, imbarazzante.

Ha bagnato i piedi di Gesù non con acqua, ma con lacrime. Le lacrime sono il segno di un cuore spezzato, di un pentimento che non ha bisogno di parole. Non sono lacrime calcolate: sono l'irruzione di un dolore e di una gratitudine che travolgono ogni decoro.

Ha asciugato quei piedi non con un panno, ma con i suoi capelli. Per una donna ebrea, sciogliere i capelli in pubblico era un gesto sconveniente, quasi impudico. La donna non si preoccupa del giudizio altrui. Ha perso ogni ritegno. Ha messo la sua corona, la sua gloria (i capelli, secondo 1 Corinzi 11,15) ai piedi di Gesù.

Ha baciato quei piedi, e non ha smesso di baciarli. Il verbo greco katephílei esprime un bacio intenso, ripetuto, appassionato. Non un gesto formale, ma l'esplosione di un affetto che non trova altro modo per esprimersi.

Ha cosparso quei piedi di olio profumato. L'olio che Simone non aveva versato sul capo di Gesù, la donna lo versa sui suoi piedi. Non ha lesinato. Non ha calcolato. Ha dato il meglio che aveva, e lo ha dato nel modo più umile possibile: non sul capo, ma sui piedi, la parte più bassa, più sporca, più indegna.

La logica divina: molto amore, molto perdono

Il versetto 47 è la chiave di tutto. C'è un dibattito sull'interpretazione: la frase «le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato» sembrerebbe indicare che l'amore sia la causa del perdono. Ma la parabola dei due debitori che Gesù ha appena raccontato dice il contrario: «Colui al quale fu condonato di più, ama di più» (v. 43). L'amore non è la causa del perdono, ma la conseguenza. È la risposta grata di chi ha già sperimentato il perdono.

La frase va quindi intesa così: «I suoi molti peccati le sono perdonati — ed ecco la prova che è davvero così: ha molto amato». L'amore strabordante della donna non è la ragione del perdono, ma la dimostrazione che il perdono è già stato ricevuto. Il suo amore è il frutto, non la radice.

La seconda parte del versetto lo conferma: «Colui a cui poco è perdonato, poco ama». Non significa che ci siano persone a cui Dio perdona poco perché hanno peccato poco. Significa che chi si illude di aver poco da farsi perdonare, chi non ha coscienza della propria condizione di peccatore, è incapace di amare molto. Simone è il caso esemplare: un uomo giusto ai propri occhi, che non ha pianto, non ha baciato, non ha unto. La sua freddezza è la misura della sua inconsapevolezza.

Il cuore del Vangelo

Questo brano è il Vangelo allo stato puro. Dio non ama chi è a posto. Dio ama chi sa di non esserlo. Il perdono non è una ricompensa per chi ha fatto bene i compiti. È un dono gratuito per chi ha il coraggio di riconoscersi peccatore.

La donna non ha detto una parola. Non ha recitato una formula di pentimento. Non ha promesso di cambiare vita. Ha solo pianto, baciato, unto. Eppure Gesù la congeda con le parole più belle che un peccatore possa sentire: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace» (v. 50).

Simone, il giusto, esce da questo incontro smascherato e muto. La peccatrice, l'indegna, esce perdonata e salvata. Perché il Vangelo capovolge tutte le classifiche. I primi saranno ultimi, e gli ultimi primi. E chi ha molto amato, anche se ha molto peccato, siede alla mensa del Regno.


Galati 6:9

Lettera ai Galati 6:9 NR06
[9] Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. 

Giovanni 13:7

Giovanni 13:7 (NR06)
«Gesù gli rispose: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo"».

Pietro non riusciva a capire perché Gesù gli stesse lavando i piedi. Dal suo punto di vista, non aveva senso. Gesù non spiegò tutto in quel momento. Gli chiese semplicemente di fidarsi fino a quando la comprensione sarebbe arrivata dopo. Ci sono stagioni in cui Dio ci chiede di obbedire senza darci il quadro completo. Noi vogliamo naturalmente delle spiegazioni prima di fidarci, ma Dio spesso dà la comprensione dopo che abbiamo imparato a seguirlo.

TI FIDI ABBASTANZA DI DIO DA OBBEDIRE SENZA CAPIRE?

giovedì, luglio 09, 2026

Luca 5:4-6

Luca 5:4, 6 (NR06)
«Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e gettate le vostre reti per pescare". ... E, avendolo fatto, presero una gran quantità di pesci e le loro reti si rompevano».

Pietro era un pescatore esperto. Sapeva dove e quando pescare. Eppure, quando Gesù gli disse di riprovare, prese molto più di quanto avrebbe mai potuto fare da solo.

Puoi sapere molto dei tuoi studi, della tua professione, del tuo lavoro o della tua attività. Ma non escludere Gesù da questi ambiti. Lui sa infinitamente più di te. Gesù non dovrebbe essere limitato agli aspetti spirituali della tua vita. Lascia che sia il Signore di ogni cosa.

Dove hai bisogno di invitare l'aiuto di Dio nella tua vita oggi?

mercoledì, luglio 08, 2026

Deuteronomio 6:12-17

Deuteronomio 6:10-12 (NR06)
«...quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà condotto nel paese... e ti avrà dato delle città grandi e belle che tu non hai costruito... guardati dal dimenticare il SIGNORE...»

Prima che Israele entrasse nella terra promessa, Dio li avvertì di qualcosa di inaspettato. Il pericolo più grande non sarebbe venuto nel deserto, ma nell'abbondanza. Una volta circondati da benedizioni che non avevano guadagnato, avrebbero potuto cominciare a godere dei doni di Dio dimenticando il Dio che li aveva donati.

Spesso è più facile dipendere da Dio quando sappiamo di averne bisogno. La vera sfida è ricordarsi di Lui quando la vita è comoda. La gratitudine è uno dei modi in cui impediamo al successo di trasformarsi silenziosamente in autosufficienza.

martedì, luglio 07, 2026

Matteo 23:37-39

Vangelo secondo Matteo 23:37-39 NR06
[37] «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! [38] Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. [39] Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

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Questo lamento su Gerusalemme è uno dei momenti più intensi di tutto il Vangelo. Siamo alla fine del capitolo 23, dopo una lunga e durissima requisitoria contro scribi e farisei («Guai a voi...!»). All'improvviso, il tono cambia. La denuncia lascia il posto al pianto. L'ira si scioglie in dolore.

Il lamento: passione divina e libertà umana

C'è un contrasto straziante al centro del versetto 37: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!».

Due volontà si fronteggiano. Da una parte, la volontà appassionata di Dio, espressa con un'immagine che rivela tutto l'affetto protettivo del Signore per il suo popolo. Non è l'immagine del giudice severo, né del re potente. È l'immagine della chioccia, una creatura umile e vulnerabile, che protegge i suoi piccoli a costo della propria vita. Nell'Antico Testamento, questa stessa immagine è usata per descrivere la protezione di Dio sul suo popolo: «Come un'aquila che veglia sulla sua nidiata, che vola sui suoi piccini, così egli spiegò le sue ali, lo prese e lo portò sulle sue ali» (Deuteronomio 32,11). E ancora: «Proteggimi sotto l'ombra delle tue ali» (Salmo 17,8).

Dall'altra parte, la volontà umana che si chiude, che rifiuta, che dice no. «Voi non avete voluto». È il mistero inquietante della libertà umana, che può opporsi all'amore di Dio. Non per difetto dell'offerta divina (è insistente: «quante volte»), ma per un atto deliberato di rifiuto.

La casa deserta: l'abbandono della presenza di Dio

«Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta» (v. 38).

La «casa» è anzitutto il Tempio, la dimora di Dio in mezzo al suo popolo. Nell'Antico Testamento, il Tempio era il luogo dove Dio aveva posto il suo nome e dove la sua gloria abitava (1 Re 8,10-11). Quando Salomone dedicò il Tempio, la nube riempì la casa del Signore, e la gloria di Dio era visibile. Quella presenza era il cuore dell'identità di Israele: Dio abitava in mezzo al suo popolo.

«Deserta» significa che quella presenza si ritira. La casa non è più dimora di Dio, ma un guscio vuoto. Non è Dio che viene cacciato; è l'uomo che, rifiutando il Figlio, perde la presenza del Padre. È lo stesso principio che Gesù aveva già annunciato: «Chi mi respinge, respinge Colui che mi ha mandato» (Luca 10,16). Rifiutando il Messia, Gerusalemme ha rifiutato Dio stesso, e Dio ha ritirato la sua presenza.

Questa profezia si adempì storicamente nel 70 d.C., quando il Tempio fu distrutto. Ma non fu la distruzione a rendere la casa deserta. Fu l'abbandono di Dio che precedette e rese possibile la distruzione. La casa era già vuota prima di essere demolita.

La condizione attuale: ancora deserta

La domanda se Gerusalemme sia tuttora «deserta» nel senso di Matteo 23,38 trova risposta nella Scrittura stessa.

Il Tempio non è stato più ricostruito. Per duemila anni, il popolo ebraico non ha più avuto il luogo stabilito da Dio per la sua presenza. Il culto levitico, con i suoi sacrifici, è cessato. Non c'è più un sommo sacerdote che entra nel Santo dei Santi una volta all'anno. La Shekinah, la gloria di Dio, non abita più in quel luogo.

Ma la ragione profonda di questo abbandono non è architettonica. È teologica. Gesù ha legato la presenza di Dio a una condizione precisa: il riconoscimento di Lui come l'Inviato del Padre. Lo dice chiaramente nel versetto 39: «Non mi vedrete più, finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!». Finché Gerusalemme, come popolo, non riconosce Gesù come il Messia, la casa rimane deserta. La presenza di Dio non è una questione di luogo, ma di relazione con il Figlio. «Chiunque nega il Figlio, non ha neppure il Padre» (1 Giovanni 2,23).

L'apostolo Paolo conferma che questa condizione perdura. In Romani 11, parla di un «indurimento» che è avvenuto in una parte d'Israele, «finché sia entrata la pienezza delle genti» (Romani 11,25). L'apostolo aggiunge che «il dono e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (v. 29) e che alla fine «tutto Israele sarà salvato» (v. 26). Ma questo appartiene al futuro escatologico. Nel tempo presente, l'indurimento permane, e con esso l'assenza di quella presenza che un tempo riempiva il Tempio.

Gerusalemme oggi è una città viva e abitata, ma teologicamente è ancora «deserta»: Dio non abita più lì come un tempo, perché il suo popolo non ha ancora detto al Figlio: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».

Il nuovo Tempio: il corpo di Cristo

Per il Nuovo Testamento, il vero Tempio non è più un edificio di pietra, ma la persona di Gesù Cristo. «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere», disse Gesù (Giovanni 2,19). E l'evangelista commenta: «Egli parlava del tempio del suo corpo» (v. 21). La presenza di Dio, che un tempo abitava nel Santo dei Santi, ora abita in Cristo in tutta la sua pienezza: «In lui abita corporalmente tutta la pienezza della deità» (Colossesi 2,9).

E per estensione, i credenti uniti a Cristo diventano essi stessi tempio di Dio. «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Corinzi 3,16). La Chiesa, edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, con Cristo come pietra angolare, è «un tempio santo nel Signore», «un'abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Efesini 2,20-22).

Dio non abita più in case fatte da mani d'uomo. Abita nel Figlio, e mediante lo Spirito abita in coloro che accolgono il Figlio. Gerusalemme ha perso la presenza di Dio perché ha rifiutato l'unico vero Tempio. Ma chiunque crede in Lui diventa dimora di quella stessa presenza.

«Finché»: la speranza che permane

Il «finché» del versetto 39 è una finestra di speranza. L'abbandono non è definitivo. Gesù non dice «non mi vedrete mai più», ma «non mi vedrete più, finché non direte...». La condizione di deserto durerà fino a quando Gerusalemme riconoscerà il suo Messia.

Paolo descrive questo momento come un mistero: «Tutto Israele sarà salvato; come sta scritto: Il Liberatore verrà da Sion, toglierà via l'empietà da Giacobbe» (Romani 11,26). Quando questo accadrà, la casa non sarà più deserta. La presenza di Dio tornerà, non in un edificio di pietra, ma nella forma definitiva dell'incontro tra il Messia e il suo popolo.

Fino ad allora, Gerusalemme resta, teologicamente, ciò che Gesù ha dichiarato: una casa vuota della presenza di Dio, in attesa di Colui che solo può riempirla di nuovo.

Matteo 19:27-28

Vangelo secondo Matteo 19:27-28 NR06 [27] Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; ...