martedì, maggio 19, 2026

Romani 1:21

Romani 1:21 (NR06)
«Poiché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio né gli hanno reso grazie...»

Paolo descrive persone a cui non mancava la conoscenza. Il problema non era l'ignoranza, ma la risposta. Sapevano abbastanza per onorare Dio, ma lentamente si sono mosse in un'altra direzione. Ciò che cambiò per primo non fu il comportamento, ma l'atteggiamento interiore. Una persona può conoscere la verità eppure diventare gradualmente meno ricettiva nei suoi confronti. Quella deriva spesso inizia silenziosamente, con il ripetuto rifiuto di ciò che già sappiamo essere giusto.

COME RISPONDI ALLA VERITÀ DI DIO?

lunedì, maggio 18, 2026

Giudici 2:2-3

Giudici 2:2-3 (NR06)
«Ma voi non avete ubbidito alla mia voce... perciò ho detto anch'io: "Non li scaccerò davanti a voi; essi saranno dei nemici per voi"».

Israele non rifiutò completamente Dio. Semplicemente scelse un'obbedienza parziale. Permise che certe cose rimanessero, cose che Dio aveva detto loro di rimuovere. Col tempo, quei compromessi incompiuti divennero lotte persistenti. Ciò che lasciamo senza controllo spesso non rimane innocuo. I piccoli compromessi hanno il modo di diventare problemi persistenti più avanti.

STAI UBBIDENDO A DIO IN MODO PARZIALE?

domenica, maggio 17, 2026

Giovanni 16:13

Vangelo secondo Giovanni 16:13 NR06
[13] quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire.


Testo Greco Originale

Il testo di riferimento è: Giovanni 16:13:
Ὅταν δὲ ἔλθῃ ἐκεῖνος, τὸ Πνεῦμα τῆς ἀληθείας, ὁδηγήσει ὑμᾶς εἰς πᾶσαν τὴν ἀλήθειαν· οὐ γὰρ λαλήσει ἀφ’ ἑαυτοῦ, ἀλλ’ ὅσα ἂν ἀκούσῃ λαλήσει, καὶ τὰ ἐρχόμενα ἀναγγελεῖ ὑμῖν.

Analisi dei Vocaboli Chiave

1. "τὸ Πνεῦμα τῆς ἀληθείας" (to Pneuma tēs alētheias) - "lo Spirito della verità"

· πνεῦμα (pneuma): Può significare "soffio", "vento" o "spirito". Nel contesto giovanneo, indica una realtà divina e personale.
· ἀλήθεια (alētheia): Non è semplicemente l'assenza di menzogna, ma la realtà piena e definitiva di Dio rivelata in Cristo. Lo Spirito è la guida che immette in questa realtà.

2. "ὁδηγήσει" (hodēgēsei) - "guiderà"

· Deriva da ὁδός (via) e ἄγω (condurre). Significa letteralmente "indicare la via", "condurre per mano".
· Implica un cammino progressivo. Commentatori come Ellicott sottolineano che i discepoli sono come ciechi condotti passo dopo passo in un territorio sconosciuto (la "pienezza della verità").

3. "εἰς πᾶσαν τὴν ἀλήθειαν" (eis pasan tēn alētheian) - "in tutta la verità"

· La preposizione εἰς indica un movimento verso l'interno. L'espressione non significa "imparare ogni singola nozione", ma essere introdotti nella pienezza della rivelazione portata da Cristo.
· La Traduzione della CEI lo rende bene con "alla verità tutta intera".

4. "οὐ γὰρ λαλήσει ἀφ’ ἑαυτοῦ" (ou gar lalēsei aph’ heautou) - "perché non parlerà di suo"

· λαλήσει (lalēsei): Verbo che indica il "parlare", il "comunicare".
· ἀφ’ ἑαυτοῦ (aph’ heautou): Letteralmente "da sé stesso", "di propria iniziativa" o impulso.
· Lo Spirito, come Cristo, non opera in modo indipendente ma in perfetta comunione con il Padre e il Figlio. Questo esclude ogni rivelazione arbitraria o contraria a quella di Gesù.

5. "ὅσα ἂν ἀκούσῃ" (hosa an akousē) - "quello che avrà udito"

· L'ascoltare indica l'intima comunione trinitaria: lo Spirito trasmette fedelmente ciò che riceve dal Padre e dal Figlio.
· Barnes commenta che l'udire è la metafora del ricevere istruzione e comunicazione divina.

6. "τὰ ἐρχόμενα ἀναγγελεῖ" (ta erchomena anangelei) - "vi annuncerà le cose a venire"

· ἀναγγελεῖ (anangelei): Verbo composto da ἀνά (su) e ἀγγέλλω (annunciare). Significa "riportare un messaggio", "dichiarare" o "annunciare".
· τὰ ἐρχόμενα (ta erchomena): "le cose che stanno per venire". Questo può riferirsi a:
  1. Eventi profetici: Come la rivelazione dell'Apocalisse.
  2. Il significato profondo degli eventi della Pasqua: La morte e risurrezione di Cristo, che allora i discepoli non potevano comprendere. La nota della CEI 1974 specifica che si tratta del "nuovo ordine di cose, derivato dalla morte e resurrezione del Cristo".
  3. L'illuminazione della Chiesa nel tempo: La guida nella storia.

Considerazioni Interpretative

1. Personificazione e Ruolo: Il testo usa un pronome maschile ("quello", ἐκεῖνος) per riferirsi allo Spirito (πνεῦμα, termine neutro in greco). Per alcune tradizioni, come quella dei Testimoni di Geova, questo indica una personificazione di una "forza impersonale". Tuttavia, per la maggioranza delle confessioni cristiane, l'uso di verbi personali come "ascolterà", "parlerà" e "guiderà" conferma la personalità divina dello Spirito Santo, distinta dal Padre e dal Figlio nella Trinità.
2. Verità Progressiva e Dinamica: Non si tratta di nuove verità sconosciute a Gesù, ma della progressiva comprensione del mistero di Cristo. Lo Spirito non aggiunge nulla di estraneo alla rivelazione del Figlio, ma interiorizza e rende attuale l'unica verità salvifica, specialmente lo scandalo della croce e la gloria della risurrezione.
3. Garanzia di Fedeltà: L'espressione "non parlerà di suo" è cruciale. Garantisce che l'azione dello Spirito è sempre cristologica: non spinge verso novità che contraddicono il Vangelo, ma dispiega la profondità di quanto il Padre ha già detto e fatto in Cristo.

In sintesi, il versetto promette che lo Spirito Santo prende per mano i credenti introducendoli nell'intimità con Dio, svelandone il progetto di salvezza realizzato nella Pasqua di Gesù e guidandone il cammino nella storia senza mai contraddire la Parola rivelata.

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La manifestazione di Dio come "soffio" (in ebraico rùach, in greco pneuma) non è solo una metafora poetica, ma una scelta rivelativa densissima, che ci parla del modo in cui Dio agisce e si relaziona con il creato.

Ecco i significati principali, scomposti per livelli.

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1. Livello Biblico-Creazionale: Il Soffio che Dona la Vita

È il significato fondante, che troviamo nei primissimi capitoli della Genesi.

· Genesi 2:7: "Allora il SIGNORE Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (nishmat hayyim); e l'uomo divenne un'anima vivente".
· Qui il "soffio" è l'azione diretta, intima e personale di Dio che trasforma la materia inerte (la polvere) in un essere vivente. Non è una creazione a distanza, ma un atto di prossimità assoluta, "bocca a bocca", che ricorda un gesto di rianimazione o un bacio.
· Lo Spirito è quindi, primariamente, il principio vitale divino. Ogni essere umano esiste perché partecipa di questo "respiro" di Dio, che lo rende a Sua immagine. Quando quel respiro viene meno, il corpo torna polvere (Salmo 104:29-30).

2. Livello Linguistico e Simbolico: La Realtà Invisibile ma Efficace

La parola "soffio/vento" è il veicolo linguistico perfetto per esprimere una realtà spirituale profonda.

· Invisibilità e Libertà: "Il vento soffia dove vuole, e ne odi il rumore, ma non sai da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito" (Giovanni 3:8). Lo Spirito-Soffio è libero, sovrano, non può essere imbrigliato, controllato o previsto dalle categorie umane.
· Potenza Dinamica: Un soffio leggero può diventare un vento impetuoso (Pentecoste, Atti 2:2). La parola comunica un'energia invisibile capace di produrre effetti tangibili e persino sconvolgenti, senza che se ne veda la fonte. È la potenza di Dio che agisce nella storia senza i mezzi del potere mondano.

3. Livello Teologico-Antropologico: L'Intimità dell'Abitazione

Il soffio evoca l'idea di interiorità e trasformazione silenziosa.

· Come l'aria che respiriamo è dentro di noi e ci mantiene in vita in modo costante, così lo Spirito Santo non è una forza esterna, ma abita nel credente (1 Corinzi 3:16). San Paolo usa l'immagine del "tempio" proprio per questo: lo Spirito di Dio riempie lo spazio più intimo della persona, come la Gloria di Dio riempiva il Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme.
· La preghiera silenziosa, il "gemito inesprimibile" dello Spirito (Romani 8:26), è paragonabile a un respiro profondo dell'anima, dove Dio stesso prega in noi, al di là delle nostre povere parole.

4. Sintesi della Domanda Precedente: Dal "Soffio" alla "Guida"

Ecco perché l'analisi del vocabolo πνεῦμα è fondamentale per Giovanni 16:13.

Gesù non promette una guida fatta di ordini esterni, un manuale di istruzioni o una forza impersonale che ci telecomanda. Promette il Soffio della Verità.

· È una guida vitale: non solo indica la via, ma dà la forza e la vita per percorrerla.
· È una guida intima: agisce dal di dentro, persuadendo, illuminando e trasformando il nostro stesso modo di pensare e sentire, non imponendosi dall'esterno.
· È una guida discreta ma potente: come un respiro, non la vedi, ma ne senti l'effetto vivificante. Non si mette in mostra, non "parla di suo", ma è il mormorio interiore che conduce alla Verità tutta intera che è Cristo.

In conclusione, Dio si manifesta come "soffio" perché il suo agire non è quello di un architetto che si ritira dopo aver costruito, ma di un ospite divino che sceglie di abitare il respiro stesso della sua creatura, per guidarla dal di dentro alla pienezza della vita e della verità.

Filippesi 1:15-17

Lettera ai Filippesi 1:15-17 NR06
[15] Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. [16] Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; [17] ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene.

Domande:
1. Paolo si riferisce a qualcuno di preciso, dicendo che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità?

2. Quali sono le afflizioni che costoro pensano di provocare in Paolo durante la sua prigionia?

3. Tutti i cristiani sono chiamati a predicare il Vangelo?

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Domanda 1: Paolo si riferisce a qualcuno di preciso, dicendo che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità?

Il testo non fornisce nomi specifici. Paolo utilizza espressioni generiche («alcuni», «ce ne sono anche altri») senza identificare individui concreti (Filippesi 1:15). Tuttavia, è probabile che si riferisse a predicatori cristiani presenti a Roma (dove Paolo era prigioniero) che conoscevano la sua situazione. Le motivazioni descritte sono:

· Invidia (φθόνος, phthonos): dispiacere per il successo altrui.
· Rivalità (ἔρις, eris): spirito di contesa, ambizione egoistica.

Paolo non contesta la correttezza del loro messaggio (predicano Cristo), ma solo le loro intenzioni.

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Domanda 2: Quali sono le afflizioni che costoro pensano di provocare in Paolo durante la sua prigionia?

Paolo scrive che costoro «annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene» (Filippesi 1:17). L’afflizione (θλῖψις, thlipsis) che intendevano causare era di natura psicologica ed emotiva, non fisica. Paolo era già in catene (Filippesi 1:13-14). Costoro pensavano di:

· Accrescere la sua sofferenza interiore.
· Danneggiare la sua reputazione o la sua opera.
· Aggiungere umiliazione alla sua prigionia.

Tuttavia, Paolo reagisce dichiarando: «Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora» (Filippesi 1:18).

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Domanda 3: Tutti i cristiani sono chiamati a predicare il Vangelo?

Nel contesto immediato di Filippesi 1, Paolo distingue tra coloro che predicano Cristo (Filippesi 1:15-17) e la generalità dei credenti. Egli non afferma esplicitamente in questo passo che tutti i cristiani sono chiamati a predicare. Tuttavia, altrove la Scrittura indica che l’annuncio del Vangelo è un compito affidato ai discepoli.

Matteo 28:16-20 dice: «Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro designato. Quando lo videro, lo adorarono; alcuni però dubitarono. Gesù, avvicinatosi, parlò loro dicendo: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente”».

Il comando è rivolto direttamente agli undici discepoli (Matteo 28:16). Tuttavia, questi stessi discepoli lo trasmisero ad altri, come si vede negli Atti e nelle lettere, dove l’annuncio del Vangelo è affidato a «molti» (Filippesi 1:14), a Timoteo e altri collaboratori. Il Vangelo si diffonde perché coloro che lo hanno ricevuto lo annunciano ad altri. Romani 10:14 dice: «Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udranno, se non c’è chi annunci?». Questo principio non limita l’annuncio a una casta ristretta, ma implica che chi ha creduto e conosciuto il Vangelo può diventare strumento perché altri ascoltino.

In Atti 8:4, dopo la persecuzione, «quelli che erano stati dispersi andavano di luogo in luogo, annunciando la parola». Non erano apostoli, ma credenti comuni. In 1 Pietro 3:15, ogni credente è esortato: «Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a chiunque ve ne chieda ragione». Questo indica che la testimonianza personale e l’annuncio del Vangelo non sono limitati ad alcuna categoria specifica di credenti.

Pertanto, sebbene il comando diretto di Matteo 28:19 sia rivolto agli undici discepoli, il Nuovo Testamento mostra che l’annuncio del Vangelo si estende a tutti i credenti, ciascuno secondo la propria vocazione e opportunità.

Considerazioni aggiuntive sulla predicazione del Vangelo 
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1. «Udire» non è uguale a «credere»

Paolo scrive in Romani 10:14: «Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno udito parlare? E come udranno, se non c’è chi annunci?». La sequenza è: annuncio → ascolto → fede → invocazione. L’annuncio non è fine a sé stesso; è finalizzato alla fede.

Molti hanno «udito» il Vangelo, ma non hanno creduto. L’apostolo stesso dice in Romani 10:16: «Ma non tutti hanno ubbidito al Vangelo; Isaia infatti dice: “Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?”». L’esistenza di una conoscenza generica non equivale all’accoglienza salvifica. Per questo l’annuncio rimane necessario: non per far conoscere un nome, ma per condurre alla fede.

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2. Il comando di annunciare non è scaduto

In Matteo 28:19-20, Gesù comanda ai discepoli di «fare discepoli tutti i popoli». Non dice: «fino a quando il nome sarà diventato famoso». Il mandato è fino «alla fine dell’età presente» (Matteo 28:20). L’apostolo Paolo stesso, pur avendo predicato in molte regioni, dichiara in Romani 15:20-21: «Mi sono sforzato di predicare il Vangelo non là dove Cristo era già stato nominato, per non edificare sul fondamento altrui, ma come sta scritto: “Coloro ai quali non era stato annunciato lo vedranno, e quelli che non avevano udito comprenderanno”». Paolo riconosce che ci sono ancora popoli che non hanno udito.

Anche oggi, non si tratta solo di «indigeni in zone remote». L’annuncio include la predicazione della Parola a chi l’ha già sentita ma non l’ha accolta, a chi ne ha una conoscenza distorta, a chi vive in contesti di indifferenza o scristianizzazione, a chi non ha mai incontrato un testimone credente. Inoltre, ogni generazione ha bisogno di riascoltare il Vangelo perché la fede non si eredita automaticamente (cfr. Deuteronomio 6:6-7; Salmo 78:5-7).

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3. Annuncio e testimonianza personale

La Scrittura non limita l’annuncio alla predicazione pubblica. 1 Pietro 3:15 dice: «Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a chiunque ve ne chieda ragione». Questo può avvenire in qualsiasi luogo e tempo, anche tra persone che hanno già sentito parlare di Cristo. La qualità della testimonianza, la coerenza della vita e la capacità di rispondere alle domande sono forme di annuncio sempre attuali.

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4. Conclusione

Il fatto che molti abbiano sentito parlare del Vangelo non rende superfluo l’annuncio. La Scrittura non dice: «Annuncerete finché tutti avranno sentito nominare Cristo», ma: «Andate, fate discepoli» (Matteo 28:19). Il discepolato implica un cammino di insegnamento e di obbedienza a «tutte le cose che vi ho comandato» (Matteo 28:20). E questo richiede un annuncio vivo e continuo, non una semplice notizia archiviata.

Proverbi 18:17

Proverbi 18:17 NR06
[17] Il primo a perorare la propria causa pare che abbia ragione; ma viene l’altra parte e lo mette alla prova.

La prima versione di una storia di solito sembra convincente perché è l'unica che hai sentito. Questo proverbio ci ricorda quanto possa essere limitata la nostra prospettiva. Trarre conclusioni affrettate spesso deriva da una comprensione incompleta. La saggezza è disposta a rallentare, fare domande e ammettere che le cose potrebbero essere più complicate di quanto appaiano inizialmente. Questo tipo di pazienza è raro, specialmente quando è così facile formarsi opinioni immediate.

TRAI CONCLUSIONI AFFRETTATAMENTE?

sabato, maggio 16, 2026

Filippesi 1:12-14

Lettera ai Filippesi 1:12-14 NR06
[12] Desidero che voi sappiate, fratelli, che quanto mi è accaduto ha piuttosto contribuito al progresso del vangelo; [13] al punto che a tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri è divenuto noto che sono in catene per Cristo; [14] e la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto più ardire nell’annunciare senza paura la parola di Dio.

Domande:
1. "Quanto mi è accaduto": Paolo fa riferimento alla prigionia? Se sì, si tratta comunque di un evento diverso rispetto alla carcerazione subita a Filippi?

2. In che modo ciò che gli è accaduto ha contribuito al progresso del vangelo?

3. In che modo la maggioranza dei fratelli nel Signore è stata incoraggiata dalla prigionia di Paolo?

4. Cosa pensa invece Paolo della minoranza dei fratelli nel Signore, quelli che non sono stati incoraggiati dalla sua prigionia, o che addirittura si sono scoraggiati?


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Domanda 1: "Quanto mi è accaduto" – Paolo fa riferimento alla prigionia? Si tratta comunque di un evento diverso rispetto alla carcerazione subita a Filippi?

Sì, Paolo si riferisce alla sua prigionia attuale, quella che sta subendo al momento in cui scrive la lettera. Le parole «quanto mi è accaduto» (Filippesi 1:12) e «sono in catene per Cristo» (Filippesi 1:13) indicano chiaramente una condizione di reclusione .

La tradizione più accreditata colloca questa prigionia a Roma, durante la prima detenzione domiciliare di Paolo (circa 60-62 d.C.), descritta in Atti 28:16-31. In quel periodo, Paolo poteva ricevere visite e predicare, pur essendo legato a un soldato .

Si tratta di un evento diverso rispetto alla carcerazione subita a Filippi (Atti 16:16-40). Ecco le differenze:

Aspetto Prigionia a Filippi (Atti 16) Prigionia in cui scrive ai Filippesi (Filippesi 1)
Luogo Filippi (Macedonia) Probabilmente Roma
Durata Breve (qualche giorno) Protratta (anni)
Trattamento Percosse, ceppi nel carcere interno (Atti 16:23-24) Custodia domiciliare, catene ma con relativa libertà (Atti 28:16, 30-31)
Motivo Liberazione di una schiava, accusa di sovversione (Atti 16:19-21) Apologia del Vangelo davanti all'imperatore (Filippesi 1:16)
Esito Liberazione miracolosa (terremoto) In attesa di giudizio, esito incerto (Filippesi 1:20-26)

Paolo stesso rivendicò i suoi diritti di cittadino romano a Filippi (Atti 16:37-39) . Non c'è traccia di tale rivendicazione nella prigionia romana, perché il suo status di cittadino era già riconosciuto.

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Domanda 2: In che modo ciò che gli è accaduto ha contribuito al progresso del vangelo?

Paolo identifica due frutti del suo carcere per l’avanzamento del Vangelo:

1. La sua testimonianza davanti a nuovi uditori. La sua prigionia ha reso noto «a tutti quelli del pretorio e a tutti gli altri» che le sue catene sono «per Cristo» (Filippesi 1:13) . Il termine «pretorio» (πραιτώριον, praitōrion) si riferisce probabilmente alla guardia pretoriana – l'élite dell'esercito romano di stanza a Roma, i cui soldati facevano la guardia a Paolo a turno . Ogni soldato che gli veniva incatenato ascoltava il Vangelo. Inoltre, la sua causa è divenuta nota «a tutti gli altri» – funzionari, familiari, visitatori. La sua prigione è diventata un pulpito.
2. L'incoraggiamento ad altri credenti. «La maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto più ardire nell’annunciare senza paura la parola di Dio» (Filippesi 1:14) . La testimonianza di Paolo in catene ha avuto un effetto a catena: vedendo la sua fedeltà nonostante la sofferenza, altri credenti hanno perso la paura e hanno iniziato a predicare con più coraggio .

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Domanda 3: In che modo la maggioranza dei fratelli è stata incoraggiata dalla prigionia di Paolo?

L'effetto è descritto esattamente in Filippesi 1:14: «La maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto più ardire nell’annunciare senza paura la parola di Dio» .

L'atteggiamento di Paolo in carcere non era di lamento o paura, ma di gioia e fiducia. Egli considerava la sua catena come parte del servizio a Cristo (Filippesi 1:13). Vedendo un apostolo così potente e fedele in mezzo alla sofferenza, gli altri credenti hanno ricevito un esempio concreto di come si possa servire Dio senza paura, anche a costo della propria libertà.

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Domanda 4: Cosa pensa Paolo della minoranza dei fratelli che non è stata incoraggiata, o che addirittura si è scoraggiata?

Il testo dice che «la maggioranza dei fratelli» (Filippesi 1:14) è stata incoraggiata. La scelta della parola «maggioranza» (οἱ πλείονες, hoi pleiones) implica l'esistenza di una minoranza che non ha reagito allo stesso modo.

Paolo parla esplicitamente di questa minoranza nei versetti successivi (15-17) . Egli descrive due gruppi tra coloro che predicano Cristo:

1. Quelli che lo fanno per amore – «sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo» (v. 16).
2. Quelli che lo annunciano con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene (vv. 15, 17).

Questi secondi, membri della minoranza non incoraggiata, non si sono scoraggiati ma hanno reagito in modo negativo e competitivo: hanno approfittato della situazione di Paolo per aumentare la loro visibilità o per metterlo in ombra.

L'atteggiamento di Paolo verso di loro è sorprendente. Invece di reagire con amarezza, scrive: «Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora» (Filippesi 1:18) . Paolo non li giustifica, ma non permette alle loro cattive motivazioni di distruggere la sua gioia. Preferisce che il Vangelo sia predicato per qualsiasi motivo, piuttosto che non essere predicato affatto.

Non ci sono prove che alcuni si siano scoraggiati fino a smettere di predicare. Il testo indica solo che non tutti furono stimolati a predicare con più coraggio; alcuni trovarono in quella situazione un'opportunità per le proprie ambizioni.

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Conclusione

Le risposte si basano direttamente su Filippesi 1:12-14 e sui versetti seguenti (vv. 15-18), che completano il quadro della reazione dei fratelli. Paolo dimostra una maturità straordinaria: vede il bene che Dio produce dalla sua prigionia, si rallegra del Vangelo predicato anche da motivazioni sbagliate, e mantiene la sua gioia indipendentemente dalle circostanze.

Apocalisse 2:2-4

Apocalisse 2:2-4 (NR06)
«Io conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza... Ma ho contro di te che hai abbandonato il tuo primo amore».

La chiesa di Efeso faceva molte cose giuste. Lavoravano sodo, sopportavano le difficoltà e si prendevano cura della verità. Eppure Gesù indica un problema più profondo che stavano affrontando. La loro devozione si era raffreddata anche se la loro attività continuava. Questo è ciò che rende questo passo inquietante. Mostra che una persona può rimanere indaffarata con cose spirituali mentre lentamente perde intimità con Dio. La coerenza esteriore non sempre significa affetto interiore.

SEI VERAMENTE VICINO A DIO?

Romani 1:21

Romani 1:21 (NR06) «Poiché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio né gli hanno reso grazie...» Paolo descrive persone...