Il contesto
Siamo intorno al 609-608 a.C., sotto il regno di Ioiachim. Il popolo di Giuda si sente al sicuro. Ha il Tempio, ha il culto, ha i sacrifici. Pensa che Dio, avendo posto il suo nome a Gerusalemme, non permetterà mai che la città venga distrutta. La presenza del Tempio è diventata una sorta di amuleto, una garanzia automatica di protezione.
Geremia viene mandato da Dio a infrangere questa illusione.
«Non confidate in parole ingannevoli» (vv. 1-4)
L'attacco è frontale. Il profeta si piazza alla porta del Tempio e grida a tutti quelli che entrano: «Così parla il Signore degli eserciti, Dio d'Israele: "Emendate le vostre vie e le vostre opere, e io vi farò abitare in questo luogo. Non confidate in parole ingannevoli dicendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!"» (vv. 3-4).
La triplice ripetizione «tempio del Signore» è una citazione ironica del mantra che i Giudei ripetevano come formula magica. Geremia lo svuota di senso. Il Tempio non salva nessuno automaticamente. Non è un rifugio per chi pecca e poi viene a offrire sacrifici con la coscienza sporca. Dio non si lascia comprare dai riti.
La lista delle accuse (vv. 5-11)
Dio, attraverso Geremia, elenca ciò che chiede veramente. Ed è una lista che riecheggia i Dieci Comandamenti e la predicazione dei profeti precedenti:
· Praticare la giustizia nelle relazioni sociali
· Non opprimere lo straniero, l'orfano e la vedova
· Non spargere sangue innocente
· Non seguire altri dèi
Se il popolo farà questo, allora Dio lo lascerà abitare nel paese. Altrimenti, il Tempio non servirà a nulla. Anzi, dice Geremia, voi avete trasformato la casa di Dio in una «spelonca di ladri» (v. 11). Un'espressione durissima, che Gesù riprenderà quasi alla lettera quando scaccerà i mercanti dal Tempio (Matteo 21,13). Il ladro, dopo aver rubato, si rifugia nella spelonca pensando di essere al sicuro. Così fanno i Giudei: peccano fuori e poi corrono al Tempio a cercare immunità.
L'esempio di Silo (vv. 12-15)
Geremia ricorda ciò che è accaduto a Silo, il santuario dove un tempo era custodita l'Arca dell'Alleanza. Dio permise che venisse distrutta e che l'Arca fosse presa dai Filistei (1 Samuele 4). Il santuario fu abbandonato, Silo cadde in rovina.
Il messaggio è agghiacciante: se Dio non ha risparmiato Silo, non risparmierà Gerusalemme. La presenza di Dio non è incatenata a un luogo. Può andarsene. Se ne andrà, se il popolo non si converte.
«Non pregare per questo popolo» (vv. 16-20)
Qui tocchiamo uno dei vertici di durezza del libro. Dio ordina a Geremia di non intercedere per il popolo. È un comando che va contro la stessa vocazione del profeta, che è appunto quella di intercessore. Ma il peccato ha raggiunto un livello tale che l'intercessione è sospesa. Il popolo è arrivato al punto di non ritorno: offre sacrifici alla «regina del cielo» (Astarte, v. 18), una dea pagana, provocando Dio deliberatamente.
L'obbedienza, non il sacrificio (vv. 21-28)
Dio pronuncia una parola sconvolgente: «Aggiungete i vostri olocausti ai vostri sacrifici, e mangiatene la carne!» (v. 21). È un'ironia amara: potete anche mangiare tutta la carne dei sacrifici, tanto a me non importa nulla dei vostri riti.
Poi spiega: «Quando io feci uscire i vostri padri dal paese d'Egitto, io non parlai loro né diedi ordini circa olocausti e sacrifici; ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (vv. 22-23).
Non è una contraddizione con il Levitico, che prescrive i sacrifici. Il senso è: i sacrifici sono secondari. Sono il segno, non la sostanza. La sostanza è l'ascolto, l'obbedienza, la relazione. I sacrifici senza obbedienza sono un insulto. È lo stesso principio che troviamo in 1 Samuele 15,22 («L'obbedienza è migliore del sacrificio»), in Osea 6,6 («Voglio misericordia e non sacrificio») e in tutto l'insegnamento di Gesù.
La valle del massacro (vv. 29-34)
Il capitolo si conclude con un oracolo di giudizio terrificante. La valle di Ben-Innom (Geenna), a sud di Gerusalemme, dove erano stati offerti sacrifici di bambini a Moloc, diventerà il luogo della strage. I cadaveri saranno così numerosi che gli uccelli e le bestie selvagge li divoreranno, e non ci sarà più nessuno a spaventarli (vv. 32-33). Le città di Giuda saranno ridotte al silenzio.
La Geenna, nella predicazione di Gesù, diventerà l'immagine stessa dell'inferno (Marco 9,43-48). Il luogo del giudizio temporale su Gerusalemme diventa il simbolo del giudizio eterno.
Il messaggio per ogni epoca
Questo capitolo è un antidoto potente contro ogni religiosità magica, contro ogni presunzione di essere a posto perché si va al Tempio (o in chiesa), perché si compiono i riti, perché si appartiene al popolo eletto. Dio non si lascia comprare. Non si lascia addomesticare dai rituali. Ciò che Lui vuole è il cuore, l'obbedienza, la giustizia, la cura dei deboli.
Il Tempio fu distrutto nel 586 a.C. Nabucodonosor lo rase al suolo, proprio come Geremia aveva profetizzato. Ma la parola del profeta non è solo una profezia di sventura. È un appello accorato alla conversione, che risuona ancora oggi. «Emendate le vostre vie e le vostre opere», dice il Signore. Non è minaccia: è desiderio di salvezza. Fino all'ultimo, Dio chiama. E se chiama, significa che la porta non è ancora chiusa.