La scena: un padre disperato
Siamo ai piedi del monte della Trasfigurazione. Gesù scende con Pietro, Giacomo e Giovanni e trova una folla agitata. Un uomo ha portato il figlio, posseduto da uno spirito muto che lo getta a terra, lo fa schiumare e stridere i denti, cercando di ucciderlo. I discepoli non sono riusciti a scacciarlo. Il padre, ormai senza speranza, si rivolge a Gesù con una richiesta timida, quasi rassegnata: «Se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci» (v. 22).
Gesù ribalta la condizione: «Se tu puoi... Ogni cosa è possibile a chi crede» (v. 23). Non è una questione di potere, ma di fiducia. E qui esplode il grido che da duemila anni attraversa il cuore dei credenti.
La struttura della preghiera
«Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità».
La frase è un paradosso. Afferma due cose opposte nello stesso respiro: la fede e l'incredulità. Eppure proprio questo paradosso la rende vera. Perché il padre non finge di avere una fede perfetta. Non dice: «Certo che credo!», gonfiando il petto. Confessa la sua fede, poca e fragile, e insieme la sua mancanza di fede.
È una preghiera che contiene due movimenti:
1. L'affermazione della fede: «Io credo». Non è una dichiarazione trionfale. È una scelta. In mezzo al dubbio, al dolore, alla paura, quest'uomo decide di credere. Getta la sua fiducia su Gesù nonostante l'incredulità che sente dentro. La fede non è assenza di dubbio, ma fiducia che convive con il dubbio e lo supera.
2. La richiesta di aiuto: «Vieni in aiuto alla mia incredulità». È la confessione della propria impotenza. L'uomo sa di non farcela da solo. Sa che la sua fede è insufficiente, mescolata a paura e sfiducia. Ma invece di nasconderlo, lo porta a Gesù. Chiede a Lui di colmare la distanza. È come se dicesse: «Signore, io ti offro il poco che ho. Il resto mettilo tu».
Perché Gesù esaudisce questa preghiera
Gesù non rimprovera il padre per la sua fede imperfetta. Non gli dice: «Torna quando avrai una fede più solida». Al contrario, accoglie quel grido e scaccia lo spirito. Perché Dio non esige una fede perfetta, ma una fede sincera. E non c'è niente di più sincero di chi ammette di non credere abbastanza e chiede aiuto.
La fede non è un'opera umana che merita il miracolo. È una mano tesa che riceve il dono. Se anche la mano trema, non importa. Ciò che conta è che sia tesa verso Gesù.
Il rapporto tra fede e incredulità
La preghiera del padre smonta l'idea che fede e dubbio siano incompatibili. Nella vita reale del credente, fede e incredulità convivono. Credere non significa non avere mai dubbi. Significa, come scriveva san Paolo, «camminare per fede e non per visione» (2 Corinzi 5,7). Il dubbio è l'ombra della fede, e l'ombra c'è solo dove c'è luce.
Sant'Agostino, commentando questo passo, diceva che la fede è come un vaso: può essere piccolo, ma se è vero, Dio lo riempie. Il padre aveva un vaso piccolo, incrinato, mescolato all'incredulità. Ma lo ha portato a Gesù, e Gesù lo ha riempito.
Una preghiera per tutti
Questo grido è diventato la preghiera di innumerevoli credenti che si trovano a lottare con la propria fede. È la preghiera di chi vorrebbe credere di più, ma sente il peso del dubbio. Di chi ha visto preghiere inesaudite e fatica a fidarsi. Di chi è provato dal dolore e non capisce.
A tutti costoro, la Scrittura non offre una ricetta per eliminare i dubbi. Offre una preghiera: «Signore, io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Una preghiera che si può ripetere ogni giorno, ogni ora, come un respiro. Perché la fede non è un possesso acquisito una volta per tutte. È una relazione viva, che ogni giorno deve essere ravvivata da Colui che la dona.
Dio non disprezza la fede imperfetta. La accoglie, la purifica, la fortifica. Ciò che chiede non è la quantità, ma la direzione. Una fede grande come un granello di senape, dice Gesù, può spostare le montagne (Matteo 17,20). E il padre del ragazzo indemoniato aveva esattamente quella fede: minuscola, tremante, ma puntata nella direzione giusta. Verso Gesù.