[15] Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?”
Gesù dice questo alla fine della parabola in cui lavoratori che avevano faticato per tempi diversi ricevettero tutti la stessa paga. La lamentela sembrava ragionevole perché si basava sul paragone. I lavoratori non erano più concentrati su ciò che avevano ricevuto, ma su ciò che qualcun altro aveva ricevuto. Il confronto ha il modo di trasformare la gratitudine in frustrazione. Una volta che la tua attenzione si sposta su come Dio sta trattando qualcun altro, diventa più difficile apprezzare la sua bontà verso di te.
STAI FACENDO PARAGONI O SEI GRATO?
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Vangelo secondo Matteo 20:15 (NR06)
«Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?»
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Contesto: La Parabola dei Lavoratori nella Vigna
Il capitolo 20 si apre con la parabola dei lavoratori chiamati a ore diverse (mattino, mezzogiorno, sera) che ricevono tutti lo stesso salario (un denaro). I primi assunti (che avevano lavorato tutto il giorno) mormorano contro il padrone perché gli ultimi, che avevano lavorato solo un’ora, vengono pagati come loro (Matteo 20:11-12). Il padrone risponde a uno di loro nel versetto 15. La parabola è preceduta dalla dichiarazione di Gesù: «Molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi» (Matteo 19:30) e seguita dalla terza predizione della passione (Matteo 20:17-19). Il contesto immediato è l’insegnamento sul Regno dei cieli: la logica di Dio non è quella degli uomini, la sua generosità non si misura con il calcolo meritocratico.
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Analisi del Versetto
«Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio?»
Il padrone (che rappresenta Dio) domanda al lavoratore che mormora: non ho forse il diritto di disporre dei miei beni come mi pare? «Del mio» (τῶν ἐμῶν, tōn emōn) sottolinea la sovranità assoluta del padrone. La grazia non è un debito; è un dono sovrano. Dio non è obbligato a dare a tutti la stessa misura, né a distribuire secondo il criterio umano del merito. L’obiezione del lavoratore (Tu li hai fatti uguali a noi, v. 12) è sbagliata perché presume che Dio debba agire secondo giustizia commutativa (a parità di lavoro, parità di paga). Ma il padrone ha agito secondo generosità, non secondo giustizia retributiva.
«O vedi tu di mal occhio che io sia buono?»
«Vedere di mal occhio» (ὀφθαλμός πονηρός, ophthalmos ponēros) è un’espressione ebraica che indica invidia, gelosia, sguardo maligno. Il lavoratore non è arrabbiato perché ha ricevuto meno del dovuto (ha ricevuto esattamente il pattuito, un denaro). È arrabbiato perché il padrone è stato buono con altri. La sua invidia non riguarda la giustizia, ma la generosità altrui. Il peccato non è volere il proprio bene, ma non sopportare che altri ricevano lo stesso bene con meno fatica. «Che io sia buono» (ὅτι ἐγώ ἀγαθός εἰμι, hoti egō agathos eimi) è la dichiarazione finale: la bontà del padrone è la causa dello scandalo. Dio è buono. E la sua bontà, quando non si conforma ai nostri calcoli, ci irrita.
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La Logica della Grazia contro la Logica del Merito
La parabola rovescia l’idea comune che Dio debba dare di più a chi lavora di più. Il Regno dei cieli non è un’azienda, né un cantiere. È una famiglia. Il padre non dà ai figli in base alle ore di lavoro, ma in base al suo amore. La grazia è scandalosa perché non è meritocratica. L’ultimo riceve come il primo non perché lo meriti, ma perché il padrone è buono.
Il lavoratore della prima ora rappresenta coloro che hanno servito Dio a lungo, hanno sacrificato molto, e si sentono in diritto di ricevere di più. Sono i farisei, gli osservanti, i «cristiani di prima generazione». La loro mormorazione rivela che hanno servito non per amore, ma per contratto. Hanno lavorato per il salario, non per il padrone. E quando il padrone si mostra generoso con altri, si sentono defraudati.
Gli ultimi assunti rappresentano i peccatori, i pubblicani, le prostitute, i pagani, che entrano nel Regno all’ultimo momento, senza meriti, senza fatica. E ricevono la stessa vita eterna di chi ha portato il peso della giornata (cioè ha sofferto, combattuto, perseverato). Questo è scandaloso per chi pensa che la salvezza si meriti. Ma è la buona notizia per chi sa di non poterla meritare.
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La Bontà di Dio come Scandalo
La domanda «O vedi tu di mal occhio che io sia buono?» rivela che l’invidia è il peccato di chi non sopporta la bontà di Dio verso gli altri. Il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo (Luca 15:25-32) ha lo stesso problema: non sopporta che il padre uccida il vitello grasso per il figlio che ha dilapidato l’eredità, mentre lui, che è sempre stato fedele, non ha mai ricevuto nulla di simile. La risposta del padre è simile: «Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita» (Luca 15:32). La bontà di Dio non toglie nulla alla sua giustizia. Ma la sua giustizia non esclude la misericordia. Anzi, la misericordia è la sua giustizia, perché è giusto che Dio sia misericordioso (cfr. Salmo 116:5: «Il Signore è misericordioso e giusto»).
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Applicazione
1. Non misurare la grazia di Dio con la bilancia del merito. Dio non dà secondo le ore lavorate, ma secondo la sua sovrana bontà. Se ottieni qualcosa, è grazia. Se altri ottengono più di te, è ancora grazia. Non è ingiustizia.
2. Non invidiare la bontà di Dio verso gli altri. La salvezza del ladrone in croce (Luca 23:43) potrebbe urtare chi ha servito Dio per una vita. Ma la gioia del cielo è che un peccatore si pente, non che i giusti vengono premiati.
3. Chiediti perché servi Dio. Lo servi per amore o per contratto? Se servi per contratto, ti arrabbierai quando Dio sarà buono con chi non ha «meritato». Se servi per amore, ti rallegrerai.
4. La tua ricompensa non è diminuita dalla generosità di Dio verso altri. Il lavoratore della prima ora ha ricevuto il suo denaro, non di meno. Il suo problema non era la mancanza, ma il confronto. L’invidia ruba la gioia.
5. Dio è libero. «Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio?». Dio non è vincolato dalle nostre aspettative, né dalle nostre regole non scritte. La sua sovranità è la nostra sicurezza: Egli fa ciò che è bene, anche quando non capiamo.
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Conclusione
La Scrittura insegna che la bontà di Dio è sovrana e che l’invidia è un occhio maligno che non sopporta la grazia concessa ad altri (Matteo 20:15). Il padrone della vigna non ha frodato nessuno; ha dato a tutti ciò che aveva promesso, e a qualcuno ha dato di più per pura generosità. Il problema del lavoratore della prima ora non era la giustizia, ma l’invidia. Il Regno dei cieli non funziona come una società per azioni. La grazia non si calcola; si riceve. E chi la riceve è chiamato a gioire, non a confrontarsi. Perché se Dio fosse giusto secondo i nostri criteri, nessuno si salverebbe. Ma Egli è buono. E la sua bontà è la nostra unica speranza.