«Egli andò e prese Gomer, figlia di Diblaim; lei concepì e gli partorì un figlio».
Contesto: Dopo il comando sconvolgente del versetto precedente («Va’, prenditi in moglie una prostituta»), il profeta obbedisce senza esitazione. La narrazione passa dall’imperativo divino all’indicativo dell’azione umana. Il versetto registra l’esecuzione dell’ordine con una sobrietà disarmante. Non c’è traccia di discussione, di lamento o di domanda. Osea semplicemente va e prende. Il matrimonio simbolico diventa realtà storica.
Significato del Versetto (Tre elementi di silenziosa obbedienza):
1. L’Obbedienza Radicale: «Egli andò e prese»
· «Egli andò» (וַיֵּלֶךְ, vayelekh): La stessa radice del comando iniziale («Va’», lekh). Osea risponde con il passo. La sua obbedienza non è teorica, è fisica, concreta, incarnata. Egli accetta di percorrere la via dell’umiliazione e dell’identificazione con il popolo infedele.
· «e prese» (וַיִּקַּח, vayyiqqach): Completa l’azione. Osea non protesta, non chiede spiegazioni, non temporeggia. La sua prontezza è la misura della sua fede. Diventa così il primo «povero di spirito» che accetta di perdere la propria reputazione per amore di Dio.
2. L’Identità della Sposa: «Gomer, figlia di Diblaim»
· «Gomer» (גֹּמֶר, Gomer): Il nome potrebbe significare «completa» o «fine». Non è altrimenti noto nella Scrittura. La sua menzione concreta storicizza il racconto: non è una parabola, è una vita vera.
· «figlia di Diblaim» (בַּת־דִּבְלָיִם, bat‑Diblayim): Il nome del padre è probabilmente simbolico. «Diblaim» significa «due foglie di fico» o «due schiacciate». Potrebbe evocare la copertura della vergogna (cfr. Genesi 3:7) o l’abbondanza di dolci (ingannevoli) del peccato. Anche attraverso questi dettagli minimi, il testo suggerisce che Gomer appartiene a una genealogia di fragilità e inganno.
3. Il Figlio: «lei concepì e gli partorì un figlio»
· «lei concepì e gli partorì» (וַתַּהַר וַתֵּלֶד־לוֹ, vattahar vatteled‑lo): Formula comune nelle genealogie bibliche. Ma qui è carica di tensione. Questo figlio, nato da un matrimonio comandato da Dio con una donna infedele, sarà il primo dei tre «figli di prostituzione» (v. 2). Il suo stesso concepimento è segnato dall’ombra del peccato collettivo di Israele.
· «un figlio» (בֵּן, ben): Non ancora nominato. Il nome gli sarà imposto da Dio nel versetto successivo (v. 4). Già ora, però, la sua esistenza è un messaggio profetico silenzioso: il frutto di questo legame scandaloso è accolto da Osea come dono. L’obbedienza del profeta non fa distinzioni: egli prende la moglie e accoglie il figlio.
In sintesi, Osea 1:3 è il resoconto essenziale di un’obbedienza che costa. Con linguaggio nudo e quasi cronachistico, il testo registra che il profeta fece esattamente ciò che Dio gli aveva comandato, senza attenuanti, senza mediazioni, senza compromessi.
In questo versetto, Osea prefigura Cristo: colui che «non ritenne un privilegio l’essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso, prendendo forma di servo» (Filippesi 2:6-7). Come Osea, Cristo ha sposato l’umanità infedele (la chiesa) e ne ha generato figli mediante la sua obbedienza fino alla croce. La sua umiliazione è la nostra salvezza.
La lezione è chiara: la fedeltà a Dio passa spesso attraverso l’infedeltà del mondo. Il profeta che accoglie la sposa traditrice è l’icona del Dio che non ripudia il suo popolo, anche quando questo popolo merita il ripudio. Il matrimonio comincia nell’obbedienza e nell’umiliazione. Il resto del libro mostrerà come l’amore di Dio sappia attendere, cercare e infine riscattare.