"Fratelli, io non ritengo di avere già ottenuto il premio; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù."
Un nuovo anno porta spesso il peso di rimpianti, fallimenti o delusioni del passato. Paolo ci ricorda che andare avanti in Cristo richiede di lasciare ciò che è dietro di noi – sia il successo che il fallimento – e di fissare lo sguardo sulla chiamata di Dio che ci attende. Mentre l'anno volge, affida il passato a Dio.
Analisi ridotta di Filippesi 3:13-14 (NR06)
Struttura del versetto:
1. Umile consapevolezza: «Fratelli, io non ritengo di avere già ottenuto il premio».
2. Determinazione attiva: «ma una cosa faccio».
3. Doppio movimento spirituale:
· Negativo/liberante: «dimenticando le cose che stanno dietro».
· Positivo/proteso: «e protendendomi verso quelle che stanno davanti».
4. Metafora atletica conclusiva: «corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù».
Contesto immediato:
L'apostolo Paolo ha appena elencato i suoi "titoli di merito" umani (ebraicità, osservanza, zelo) dichiarandoli una "perdita" e "spazzatura" rispetto alla conoscenza di Cristo (vv. 4-8). Ha espresso il desiderio di conoscere Cristo nella potenza della sua risurrezione e nella comunione delle sue sofferenze (vv. 10-11). Questi versetti descrivono l'atteggiamento esistenziale pratico che scaturisce da quella convinzione teologica.
Termini chiave:
· Non ritengo di avere già ottenuto: Paolo rifiuta ogni forma di autocompiacimento spirituale. La santificazione è un processo, non un traguardo raggiunto.
· Una cosa faccio: Enfasi sull'unicità dello scopo e sulla concentrazione totale.
· Dimenticando (ἐπιλανθανόμενος - epilanthanomenos): Non un'oblio psicologico, ma una scelta deliberata di non farsi definire, trattenere o paralizzare dal passato. Ciò include sia i successi religiosi (vv. 4-6) che i fallimenti.
· Protrendendomi (ἐπεκτεινόμενος - epekteinomenos): Termine atletico vivido: "protendersi in avanti", "tendersi verso". Descrive uno sforzo agonistico, una concentrazione totale della persona verso l'obiettivo.
· Corro verso la mèta: La vita cristiana è paragonata a una corsa di resistenza (cfr. 1 Corinzi 9:24-27), che richiede disciplina, sacrificio e uno sguardo fisso al traguardo.
· Il premio della celeste vocazione: Non è la salvezza (che è dono per grazia, Efesini 2:8), ma la piena realizzazione della chiamata stessa: il "guadagnare Cristo" in modo sempre più completo (Filippesi 3:8), la risurrezione dai morti (v.11), la corona della giustizia (2 Timoteo 4:8). Il premio è la comunione perfetta con Dio in Cristo, verso cui la vocazione ci attira.
Significato teologico e pratico:
Paolo delinea la dinamica del progresso spirituale:
1. Liberazione dal passato: Sia dal peso della colpa che dall'orgoglio dei successi. Il passato non ha più un diritto di governare l'identità del credente, che è ora "in Cristo".
2. Orientamento totale al futuro: Il futuro qui è definito dalla promessa e dalla chiamata di Dio. La vita cristiana è essenzialmente protesi, tensione in avanti.
3. Impegno attivo e disciplinato: La grazia non produce passività, ma un impegno agonistico ("corro") sostenuto dalla potenza di Dio (cfr. Filippesi 2:12-13).
4. La mèta cristocentrica: Il premio non è un oggetto, ma una persona e uno stato di comunione: la piena conformità a Cristo nella gloria.
Conclusione essenziale:
Filippesi 3:13-14 è la magna charta della crescita cristiana. Condensa l'esperienza del credente in un duplice movimento: un distacco attivo dal passato ("dimenticando") e uno slancio totale verso il futuro di Dio ("protendendomi"). Mostra che la certezza della salvezza (giustificazione per fede) non elimina la lotta, ma la alimenta, orientandola verso un traguardo glorioso e certo: la finale, perfetta unione con Cristo, che è al tempo stesso il dono di Dio e il premio per cui vale la pena combattere. È un invito a una fede dinamica, mai sedentaria.
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La metafora agonistica di Paolo può essere fraintesa e distorta in una sorta di "meritocrazia spirituale" o di "cristianesimo performativo", dove il valore della persona dipende dai suoi risultati, dal suo impegno misurabile o dalla sua posizione in una ipotetica "classifica" dei credenti.
Tuttavia, il contesto immediato e la teologia paolina impediscono decisamente questa interpretazione. Ecco i freni teologici che Paolo stesso inserisce:
1. Il "Premio" non è la Salvezza.
· La salvezza, per Paolo, è un dono gratuito (grazia) ricevuto per fede, non una ricompensa per una corsa ben fatta (Efesini 2:8-9).
· Il "premio" di cui parla è la piena realizzazione della vocazione stessa: conoscere Cristo in modo perfetto (v.10), essere totalmente conformi a Lui (Romani 8:29), partecipare pienamente alla sua risurrezione (Filippesi 3:11). È il compimento di ciò che Dio ha già iniziato in noi (Filippesi 1:6).
2. La "Forza" per Correre viene da Cristo.
· Poco prima, Paolo ha scritto che vuole "conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione e la comunione delle sue sofferenze" (3:10). La forza per la corsa non è l'auto-motivazione umana, ma la potenza della risurrezione di Cristo che opera in lui (cfr. Filippesi 4:13).
· La metafora della corsa descrive l'impegno umano sostenuto dalla grazia divina, non lo sforzo autonomo.
3. Il Passato "Dimenticato" include i Successi Religiosi.
· Nel contesto (vv. 4-8), le "cose che stanno dietro" sono proprio i meriti religiosi di Paolo (la sua irreprensibile osservanza della legge). Li definisce "spazzatura".
· "Dimenticare" significa quindi non fondare più la propria identità su ciò che si è fatto per Dio (successi o fallimenti), ma su ciò che Cristo ha fatto per noi. Questo elimina ogni base per il confronto o la competizione con altri.
4. La "Mèta" è una Persona, non una Posizione.
· La mèta non è "essere il primo", ma "guadagnare Cristo" (3:8), "essere trovato in Lui" (3:9). La corsa è verso una relazione, non verso un gradino sul podio.
· È una corsa che si fa insieme alla comunità (il "noi" è implicito nell'appello "fratelli"), non in solitaria competizione.
5. Il Modello è l'Umiltà di Cristo.
· L'intera lettera è permeata dall'invito all'umiltà, avendo come modello supremo Cristo che si è umiliato (Filippesi 2:5-8). Una corsa competitiva è l'antitesi di quell'umiltà.
Interpretazione Corretta:
Paolo non sta parlando di una gara contro gli altri, ma di uno sforzo personale e comunitario di perseveranza, sostenuto dalla grazia, per non disperdere il dono ricevuto e per giungere alla piena maturità in Cristo. È la risposta grata e appassionata a una vocazione già ricevuta, non il tentativo di guadagnarsela.
In sintesi: Il pericolo di un fraintendimento "competitivo" esiste, ma viene neutralizzato dallo stesso testo:
· Non è una gara per ottenere la salvezza, ma una corsa per realizzare fino in fondo la salvezza già ricevuta.
· Non è una corsa per superare gli altri, ma per essere pienamente conformi a Cristo.
· La forza non viene dall'auto-affermazione, ma dall'essere "fatti propri da Cristo" (3:12).
La vita cristiana è quindi un "agonismo di grazia": un impegno totale, gioioso e umile, alimentato non dal confronto con gli altri, ma dall'amore per Colui che ci ha amati per primo e ci attira a Sé.