sabato, luglio 18, 2026

Luca 5:27-32

Vangelo secondo Luca 5:27-32 NR06
[27] Dopo queste cose, egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». [28] Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo. [29] Levi gli preparò un grande banchetto in casa sua; e una gran folla di pubblicani e di altre persone erano a tavola con loro. [30] I farisei e i loro scribi mormoravano contro i suoi discepoli, dicendo: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» [31] Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. [32] Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».

Domande:
I pubblicani erano giudei che riscuotevano le tasse per conto dei Romani, quindi particolarmente odiati dalla popolazione. Come potè Levi lasciare un incarico pubblico così all'improvviso per andare dietro ad uno che passando gli disse "Seguimi"? Cosa lo spinse a seguire quello sconosciuto?

A chi potrebbero essere assimilati oggi i pubblicani?

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1. Come poté Levi lasciare tutto all'istante?

La domanda nasce da una lettura attenta del testo, perché in effetti Luca presenta la scena con una sobrietà che lascia stupiti. Gesù passa, vede Levi, gli dice «Seguimi». E Levi, senza una parola, lascia tutto e lo segue. Nessuna esitazione, nessuna obiezione, nessuna trattativa.

Il testo non ci dice tutto, ma ci offre indizi sufficienti per ricostruire cosa può essere accaduto.

Non era un perfetto sconosciuto. La predicazione di Gesù in Galilea era già in pieno svolgimento. Luca ha appena raccontato la guarigione del paralitico calato dal tetto, la chiamata di Pietro, Giacomo e Giovanni, la guarigione del lebbroso. La fama di Gesù si era diffusa in tutta la regione. Levi, che sedeva al banco delle imposte a Cafarnao — la città dove Gesù aveva stabilito la sua base — aveva certamente sentito parlare di Lui. Forse lo aveva già ascoltato tra la folla. Forse aveva già visto qualcosa.

Non era una chiamata casuale. Il verbo «notò» (greco theáomai) indica uno sguardo intenso, non un'occhiata distratta. Gesù posa lo sguardo su Levi e lo vede. Lo vede davvero. Vede oltre la categoria sociale, oltre l'etichetta di «pubblicano e peccatore». Vede l'uomo, con il suo bisogno, la sua insoddisfazione, il suo desiderio di qualcosa di più. Quello sguardo è già una chiamata.

La parola «Seguimi» ha una forza creatrice. Non è un invito, non è una proposta, non è un consiglio. È un comando che crea ciò che comanda. La stessa parola che aveva detto a Pietro e Andrea, e loro «subito, lasciate le reti, lo seguirono» (Matteo 4,20). È la parola di Dio, che quando chiama dona anche la forza di rispondere. Levi non segue con le sue forze: è attratto, afferrato, reso capace da quella parola stessa.

Levi era pronto. Forse non lo sapeva nemmeno lui. Forse da tempo sentiva il peso della sua condizione: ricco ma disprezzato, agiato ma isolato, ebreo ma considerato traditore. Il denaro non basta a riempire il cuore. Agostino diceva: «Ci hai fatti per Te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te». Levi era inquieto. E quando Gesù lo chiama, quell'inquietudine trova finalmente la sua meta.

«Lasciata ogni cosa». Non solo il banco delle imposte, ma tutto. Un gesto radicale. Non può più tornare indietro. Le autorità romane non riassumono un pubblicano che abbandona il posto. Levi brucia i ponti. La sua scelta è definitiva, come quella dei primi discepoli.

La tradizione identifica questo Levi con Matteo, l'evangelista. Se così è, quel pubblicano diventerà lo strumento per scrivere il Vangelo più radicato nell'Antico Testamento, il Vangelo del Regno dei cieli. Dio sceglie gli strumenti più improbabili per le opere più grandi.

2. A chi potrebbero essere assimilati oggi i pubblicani?

Il pubblicano del I secolo era una figura complessa, e per trovare un parallelo attuale bisogna coglierne i tratti essenziali.

Primo tratto: il traditore del popolo. Il pubblicano era un ebreo che collaborava con il potere occupante, riscuotendo tasse per conto di Roma. Era percepito come un traditore della patria e della fede. Oggi potremmo pensare a chi, in contesti di ingiustizia sociale o di oppressione, collabora con sistemi percepiti come nemici del proprio popolo. Ma il parallelo non è perfetto, perché il pubblicano non era solo un collaborazionista politico.

Secondo tratto: il peccatore pubblico. Il pubblicano era considerato ritualmente impuro e moralmente corrotto. La sua professione lo esponeva a contatti con pagani, a pratiche disoneste, a un guadagno illecito. Era uno «scomunicato» di fatto. Oggi potremmo pensare a chi vive in situazioni di peccato palese, di scandalo pubblico, o a chi esercita professioni moralmente discutibili. Ma anche qui il parallelo rischia di diventare giudicante se non stiamo attenti.

Terzo tratto: l'escluso dalla religione. I farisei evitavano i pubblicani, non mangiavano con loro, li consideravano fuori dall'alleanza. Erano i «lontani», quelli per cui non c'era speranza. È questo il tratto più universale. Il pubblicano è chiunque la società civile o religiosa etichetta come irrecuperabile, indegno, fuori dalla grazia.

Detto questo, più che cercare un equivalente sociale esatto, il Vangelo ci invita a riconoscere che il pubblicano è colui che sa di aver bisogno di salvezza. È la categoria spirituale, più che sociale. Il pubblicano della parabola (Luca 18,13) che si batte il petto e dice «O Dio, abbi pietà di me peccatore» è l'icona di ogni uomo che riconosce la propria miseria e si getta sulla misericordia di Dio.

In questo senso, Levi è oggi chiunque, qualunque sia la sua condizione sociale o morale, sente lo sguardo di Gesù posarsi su di lui e si alza per seguirlo. Non importa da dove viene. Importa dove va. E Gesù, scandalosamente, chiama proprio quelli che gli uomini scartano, e mangia con loro, e fa di loro i suoi apostoli. Perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati». E chi si crede sano, come i farisei che mormoravano, è in realtà il più malato di tutti.

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