«Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato».
C'è differenza tra essere d'accordo con qualcosa e agire di conseguenza. Spesso ci attribuiamo il merito delle buone intenzioni perché sembrano vicine all'obbedienza. Sappiamo che dovremmo fare quella telefonata, avere quella conversazione, iniziare quell'abitudine o affrontare quel problema. Il problema è che il sapere può creare l'illusione che qualcosa sia già cambiato.
STAI SOLO RICONOSCENDO LA STRADA GIUSTA O LA STAI PERCORRENDO?
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Il versetto di Giacomo 4,17 è una sentenza lapidaria, che non ammette zone d'ombra: «Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato». In poche parole, l'apostolo demolisce ogni illusione di neutralità nella vita morale.
La natura del peccato di omissione
La tradizione teologica ha classificato questa fattispecie come "peccato di omissione", distinguendolo dal peccato di commissione (fare il male). La sua gravità risiede nel fatto che non richiede un'azione malvagia. Basta l'inerzia. Basta il non agire. È il peccato che si annida non tanto in ciò che si fa, ma in ciò che si trascura, si rimanda, si evita.
La struttura logica del versetto è un sillogismo ineccepibile:
· Premessa implicita: esiste una conoscenza del bene.
· Condizione attualizzante: quel bene è concretamente realizzabile ("fare il bene" indica un'azione possibile).
· Scelta negativa: il soggetto decide di non compierlo.
· Conclusione: quella scelta costituisce peccato.
L'elemento chiave è il verbo "sapere". Non si tratta di un'ignoranza invincibile, ma di una conoscenza chiara, che rende il soggetto pienamente responsabile. La coscienza ha emesso un verdetto, ma la volontà lo ha disatteso.
Il contesto nella Lettera di Giacomo
Il versetto non è isolato. Chiude la sezione che rimprovera la presunzione dei mercanti che fanno progetti per il futuro senza considerare la volontà di Dio ("Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà...", Gc 4,15). Subito prima, Giacomo aveva ricordato la caducità della vita, paragonandola a un vapore che appare per un istante e poi svanisce.
In questo quadro, il peccato di omissione assume una colorazione specifica: è la presunzione di chi ha tempo, di chi rimanda il bene a un domani che non sa se arriverà. Il bene non fatto oggi è un bene che, forse, non sarà mai fatto. Omettere il bene è peccato non solo contro la carità, ma anche contro la verità della propria condizione creaturale, che è limitata e urgente.
Il fondamento evangelico
Giacomo non inventa nulla. Il suo insegnamento affonda le radici nella predicazione di Gesù. La parabola del buon samaritano (Luca 10) è l'illustrazione perfetta: il sacerdote e il levita non fanno del male all'uomo ferito; semplicemente, passano oltre. Non commettono un'azione cattiva, ma omettono il bene possibile. La loro colpa è in quel "vedere e passare oltre".
Ancora più esplicita è la parabola del giudizio finale in Matteo 25. I "capri" vengono condannati non per aver perseguitato, rubato o ucciso, ma per non aver dato da mangiare, da bere, per non aver visitato, vestito, accolto. La loro domanda attonita – "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e non ti abbiamo dato da mangiare?" – rivela che il peccato di omissione è talmente subdolo da non lasciare traccia nella coscienza. Non si è fatto nulla di male, eppure si è omesso il bene. E questo è sufficiente per l'esclusione dal Regno.
Perché è un peccato così insidioso
La pericolosità del peccato di omissione sta nella sua invisibilità sociale e personale:
· Non produce scandalo: nessuno rimprovera chi semplicemente non fa nulla.
· Non turba la coscienza: è più facile esaminarsi sulle azioni compiute che su quelle omesse.
· Si maschera da prudenza: il bene non fatto può sempre essere giustificato con ragioni plausibili ("non era il momento", "non toccava a me", "non avevo abbastanza forza").
· Crea un'abitudine all'inerzia: più si omette il bene, più ci si abitua a farlo, fino a perdere la sensibilità stessa verso il bene possibile.
San Giovanni Crisostomo, commentando questo versetto, osservava che l'omissione del bene è come un campo lasciato incolto: non produce frutti, e il padrone chiederà conto non solo delle erbacce, ma anche dell'assenza di grano.
La responsabilità della conoscenza
Il versetto di Giacomo stabilisce un principio di proporzionalità: maggiore è la conoscenza del bene, maggiore è la responsabilità. Non tutti sanno fare lo stesso bene. Il bene che un teologo sa fare è diverso da quello che sa fare un nuovo convertito. Ma ciascuno è misurato su ciò che sa.
Questo è consolante e tremendo allo stesso tempo. Consolante, perché Dio non chiede conto di ciò che non si sapeva. Tremendo, perché chi ha ricevuto molto, molto sarà richiesto. La conoscenza della Scrittura, la familiarità con la dottrina, l'esperienza spirituale: tutto questo non è un privilegio che innalza, ma una responsabilità che pesa.
Conclusione: il bene come urgenza
Giacomo non scrive per generare scrupolo, ma per scuotere dall'inerzia spirituale. La vita cristiana non è solo astensione dal male, ma compimento attivo del bene. Non basta non bestemmiare, non rubare, non uccidere. Occorre benedire, dare, amare.
Il verbo "commette" (poieo, lett. "fa") suggerisce che anche l'omissione è, paradossalmente, un'azione. Nel momento in cui si sceglie di non fare il bene, si sta attivamente compiendo una scelta contraria ad esso. Non esiste un terreno neutro. La volontà è sempre in movimento: o verso il bene, o lontano da esso.
La risposta a questo versetto non è l'ansia di dover "fare tutto il bene possibile" (il che sarebbe impossibile e porterebbe alla disperazione), ma la vigilanza sul presente. Il bene che oggi si presenta, quel bene concreto che la coscienza riconosce e che è alla portata della propria condizione, quello va fatto. Senza rimandare. Perché domani non è in nostro potere, e perché l'amore, quando è vero, ha l'urgenza dell'oggi.