giovedì, giugno 25, 2026

Matteo 6:34

Matteo 6:34 (NR06)
«Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani sarà in ansia per sé stesso. Basta a ciascun giorno la sua pena».

Gesù non incoraggia la negligenza verso il futuro. Affronta l'abitudine di vivere in un futuro che non è ancora arrivato. La preoccupazione spesso prende le possibilità del domani e le tratta come realtà di oggi. Iniziamo a portare problemi che ancora non esistono e potrebbero non esistere mai. Il risultato è che veniamo distratti dalle responsabilità e dalla grazia che appartengono a oggi. Dio dà forza per i pesi di oggi, non per ogni scenario immaginato nel futuro.

CONTINUI A PREOCCUPARTI PER IL DOMANI?


Questo versetto chiude la sezione del Discorso della Montagna dedicata alla fiducia nella Provvidenza (Matteo 6,25-34). È un comando, una promessa e una diagnosi della condizione umana, tutto in una sola frase.

Il comando: «Non siate in ansia»

Il verbo greco è merimnáo, che significa "essere diviso", "avere la mente tirata in direzioni opposte". L'ansia di cui parla Gesù non è la preoccupazione legittima che porta a pianificare e ad agire con responsabilità. È quella tensione interiore che paralizza, che frammenta il cuore, che ruba il presente proiettando la persona in un futuro che non esiste ancora e che forse non esisterà mai.

Gesù ha appena passato in rassegna gli oggetti tipici dell'ansia umana: il cibo, il vestito, il corpo stesso. Ha mostrato che il Padre celeste nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, e ha concluso: «Non valete voi molto più di loro?» (v. 26). L'ansia è, in ultima analisi, un problema teologico: nasce dal dubbio sulla cura del Padre. Chi è convinto di essere nelle mani di un Dio provvidente, non smette di preoccuparsi del necessario, ma smette di esserne schiacciato.

La motivazione: «il domani sarà in ansia per sé stesso»

L'espressione è paradossale e quasi ironica. Gesù personifica il domani, lo dipinge come un essere autonomo che ha già le sue preoccupazioni. Il senso è: ogni giorno porta con sé il suo carico. Non ha senso aggiungere al peso di oggi il peso di domani, che peraltro non si sa se arriverà. Il domani, quando diventerà oggi, avrà già le sue pene; non c'è bisogno di anticiparle.

Dietro questa affermazione c'è una visione del tempo radicalmente diversa da quella dell'uomo moderno. L'ansia per il domani è la pretesa di controllare ciò che non è in nostro potere. È un'usurpazione della signoria di Dio sul tempo. Gesù invita a restituire a Dio il futuro, e a vivere il presente come l'unico luogo in cui si può realmente amare, agire, fidarsi.

Questa non è un'esortazione all'improvvisazione o al disinteresse per il futuro. La Bibbia esalta la previdenza della formica (Proverbi 6,6-8) e condanna la pigrizia. Ma la previdenza è un atto del presente, che si esercita oggi con responsabilità. L'ansia è un atto del futuro, che si subisce oggi con angoscia. La prima è saggia, la seconda è sterile e dannosa.

La diagnosi: «Basta a ciascun giorno la sua pena»

La parola «pena» traduce il greco kakía, che significa "malizia", "male", "afflizione". Ogni giorno ha il suo carico di difficoltà, di prove, di fatiche. Gesù non lo nega. Non promette un'esistenza senza problemi. Constata realisticamente che la vita in questo mondo segnato dal peccato comporta una porzione quotidiana di male.

Ma proprio per questo, aggiungere a quel carico già reale il carico immaginario dell'ansia per il domani è insensato. È come se un viandante, con uno zaino già pesante, decidesse di riempirlo di pietre che non gli servono per il cammino. L'ansia non risolve i problemi di domani; toglie energia ai problemi di oggi.

C'è qui anche una sapienza psicologica profonda, che la ricerca moderna ha confermato. Gran parte dell'ansia patologica è alimentata dalla ruminazione su scenari futuri che non si realizzeranno mai. Vivere il presente con pienezza, portando il suo carico senza fuggire in avanti, è una forma di igiene mentale e spirituale.

Il fondamento: il Padre sa

Il versetto 34 non si può comprendere isolandolo da ciò che lo precede. Tutta la sezione è fondata su un'affermazione che è il vero antidoto all'ansia: «Il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose» (v. 32). Non un Dio distante e indifferente, ma un Padre che sa. La sua conoscenza non è una registrazione passiva, ma una cura attiva.

E subito dopo, il versetto 33 indica la priorità che riordina tutto il resto: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più». L'ansia nasce quando si inverte l'ordine: quando le «tutte queste cose» (cibo, vestito, sicurezza) prendono il primo posto, diventano idoli, e il cuore si frammenta. Quando invece il Regno è al centro, le necessità materiali vengono ricondotte alla loro giusta misura: sono importanti, ma non sono il fine ultimo. E il Padre, che sa di cosa abbiamo bisogno, se ne prende cura.

Un comando per il presente

«A ciascun giorno basta la sua pena» è una delle massime più celebri del Vangelo, entrata nel linguaggio comune. Ma nella sua origine evangelica non è un invito al fatalismo o alla rassegnazione. È un invito alla fiducia filiale. Il presente è il luogo dell'incontro con Dio. Il passato è affidato alla sua misericordia. Il futuro è nelle sue mani. L'unico tempo in cui posso amare, servire, perdonare, chiedere perdono, è oggi.

Sant'Agostino, commentando questo passo, osservava che Dio, dandoci il comando di non essere in ansia per il domani, non ci proibisce di provvedere al futuro, ma ci proibisce di essere tormentati dal futuro. La differenza è tutta lì: tra il provvedere e il tormentarsi. Il primo è atto di responsabilità, il secondo è mancanza di fede.

La parola di Gesù, come sempre, non è solo un precetto ma un dono: ci libera dal peso di un domani che non ci appartiene, e ci restituisce al presente, l'unico luogo dove possiamo incontrare il Padre che già oggi si prende cura di noi.


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