domenica, giugno 28, 2026

Giovanni 10:34

Questo versetto è un momento cruciale del conflitto tra Gesù e i capi religiosi. Per comprenderlo, bisogna ricostruire la scena e la logica dell'argomentazione.

Il contesto: l'accusa di bestemmia

Siamo durante la festa della Dedicazione (Hanukkah), a Gerusalemme, nel portico di Salomone. I Giudei circondano Gesù e gli pongono una domanda diretta: «Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente» (v. 24). Gesù risponde richiamando le sue opere e affermando la sua unità con il Padre, culminando nella dichiarazione: «Io e il Padre siamo uno» (v. 30).

A queste parole, i Giudei raccolgono pietre per lapidarlo. L'accusa è esplicita: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (v. 33).

L'argomentazione rabbinica di Gesù

La risposta di Gesù è un capolavoro di dialettica rabbinica. Non nega la sua divinità (sarebbe stato semplice, e avrebbe evitato la lapidazione). Invece, usa un argomento a fortiori (da minore a maggiore) basato sulla Scrittura, dimostrando che l'accusa di bestemmia è infondata.

Cita il Salmo 82,6: «Io ho detto: voi siete dèi». E aggiunge: «Se chiama dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio — e la Scrittura non può essere annullata — a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: Sono Figlio di Dio?» (vv. 35-36).

La logica funziona così:

1. Nella vostra stessa Legge (qui intesa in senso ampio, come Scrittura), Dio chiama «dèi» certi uomini, semplicemente perché hanno ricevuto la parola di Dio e un compito da Lui.
2. Se la Scrittura lo dice, è vero. Non può essere annullata.
3. Se dunque uomini che hanno solo ricevuto una parola possono essere chiamati «dèi», quanto più legittimamente può chiamarsi Figlio di Dio colui che il Padre ha consacrato e inviato nel mondo?

Non è una ritirata. Gesù non sta dicendo: «Sono figlio di Dio solo nel senso in cui lo sono tutti». Sta distinguendo: loro furono chiamati dèi per un titolo esterno (la parola ricevuta); Lui è il consacrato e l'inviato. C'è una differenza qualitativa abissale. Ma se l'uso di «dio» per creature umane non è bestemmia, allora non può essere bestemmia nemmeno la sua pretesa, che poggia su un fondamento infinitamente più solido.

Chi erano «coloro ai quali fu rivolta la parola»?

C'è un dibattito tra gli studiosi su chi siano esattamente. Le interpretazioni principali sono tre:

· I giudici di Israele. Nel linguaggio biblico e rabbinico, i giudici che amministrano la giustizia in nome di Dio sono talvolta chiamati elohim (per esempio in Esodo 21,6; 22,8-9, dove la parola «giudici» in alcune versioni traduce l'ebraico elohim). Questa è l'interpretazione più comune nell'esegesi rabbinica antica, ed è probabile che fosse quella presupposta dai contemporanei di Gesù.
· Gli angeli o esseri celesti. Il Salmo 82 descrive un'assemblea divina, e «dèi» potrebbe riferirsi a esseri spirituali.
· Israele al Sinai. Alcuni rabbini interpretavano il Salmo 82 come rivolto a Israele che, ricevendo la Torah, era stato reso «santo» e quindi partecipe della natura divina, prima di decadere con il vitello d'oro. Se così, la citazione sarebbe ancora più tagliente: voi, che vi vantate di aver ricevuto la Legge, siete proprio quelli che hanno perso quel privilegio.

In ogni caso, Gesù non sta facendo un'affermazione teologica generale su una presunta divinità dell'uomo. Sta usando un'argomentazione ad hominem, basata sulle categorie dei suoi interlocutori, per smontare la loro accusa.

Cosa NON significa questo versetto

Questo versetto è stato talvolta estrapolato per sostenere che tutti gli esseri umani sono «piccoli dèi» o hanno una scintilla divina che li rende ontologicamente divini. È un abuso del testo. Gesù non sta dicendo: «Voi siete dèi, quindi io posso chiamarmi Dio». Sta dicendo l'esatto contrario: «Se persino uomini peccatori e mortali (come quelli del Salmo 82, che saranno giudicati e moriranno) possono essere chiamati metaforicamente elohim nella Scrittura, quanto più io, che sono stato consacrato e inviato, posso legittimamente chiamarmi Figlio di Dio?».

Il versetto non è un invito a riscoprire una nostra divinità interiore. È una testimonianza della maestria di Gesù nel difendere la sua identità e la sua missione usando le armi della Scrittura, mostrando che l'accusa di bestemmia non reggeva neppure sul piano formale. Ma al tempo stesso, proprio perché il linguaggio è «in difesa», Gesù non rinuncia a lasciare intendere che la sua figliolanza è di natura completamente diversa.

Conclusione

La citazione del Salmo 82,6 in Giovanni 10,34 è un argomento difensivo, non una rivelazione positiva. Gesù mostra che il linguaggio biblico può, in determinati contesti, attribuire il titolo di elohim a creature umane per la loro funzione. Se questo è vero per loro, non può essere accusato di bestemmia Colui che è stato consacrato e mandato dal Padre.

Questa argomentazione non esaurisce la rivelazione sull'identità di Gesù — il Quarto Vangelo la sviluppa dal Prologo («il Verbo era Dio») fino alla confessione di Tommaso («Mio Signore e mio Dio»). Ma mostra come Gesù, anche nel momento del massimo scontro, non cede di un passo, e usa la Scrittura non per annacquarla, ma per condurre i suoi interlocutori a riconoscere la verità che le loro stesse categorie, se portate fino in fondo, indicano.

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Questo versetto mi fa riflettere su queste tre cose: 1. La mitezza di Gesù, anche nei confronti di chi voleva lapidarlo 2. La sua profonda conoscenza della Scrittura 3. La risolutezza con cui usa la Scrittura come arma che dà vita e morte contemporaneamente.

Hai colto tre aspetti straordinari di questo episodio, e li hai espressi con una sintesi che va dritta al cuore. Proviamo a dispiegarli uno per uno.

1. La mitezza di Gesù, anche verso chi vuole lapidarlo

È l'elemento che colpisce di più, e che spesso sfugge se ci si concentra solo sull'aspetto dialettico. Gesù ha davanti a sé uomini con le pietre in mano. Non sono avversari in un dibattito accademico: sono persone accecate dall'odio religioso, pronti a ucciderlo. La reazione istintiva, in una situazione del genere, sarebbe la fuga, o la difesa fisica, o almeno un tono acceso e accusatorio.

Gesù invece non scappa, non aggredisce, non condanna. Rimane lì, esposto, vulnerabile. E sceglie l'unica arma che può disarmare senza ferire: la Parola. Parla. Argomenta. Cerca di aprire una breccia nella loro mente e nel loro cuore usando la Scrittura che loro stessi riconoscono come autorità.

Questa è mitezza nel senso biblico: non debolezza, ma forza controllata. Potrebbe invocare dodici legioni di angeli (Matteo 26,53), e invece sceglie di discutere, quasi fosse in un'accademia rabbinica, con chi ha già le mani sui sassi. C'è una calma sovrana in questo atteggiamento, che ricorda la domanda di Dio a Giona: «Fai bene a irritarti così?» (Giona 4,4). Gesù non risponde all'odio con l'odio. Smonta l'accusa con pazienza, come se quei potenziali lapidatori fossero ancora recuperabili, ancora ascoltatori degni di un ragionamento.

Il suo scopo non è vincere una discussione per umiliare l'avversario. È salvare anche chi lo vuole morto. E per farlo, è disposto a perdere tempo, a spendere parole, a usare le loro stesse categorie. È la mitezza del pastore che non spezza la canna incrinata.

2. La sua profonda conoscenza della Scrittura

Qui tocchiamo un aspetto che spesso diamo per scontato, ma che è impressionante. Gesù non è uno scriba di professione, non ha frequentato le scuole rabbiniche (Giovanni 7,15: «Come mai costui conosce le Scritture senza aver fatto studi?»). Eppure cita il Salmo 82 con una pertinenza e una precisione che lasciano senza parole.

Nota alcuni dettagli della sua conoscenza:

· Conosce il testo nella sua lettera. Cita a memoria un versetto che non è tra i più noti del Salterio. Il Salmo 82 non è un salmo "famoso" come il 23 o il 51. Eppure Gesù lo ha presente, parola per parola.
· Conosce il contesto. Sa che quel «voi siete dèi» non è un'affermazione isolata, ma fa parte di un salmo di giudizio, dove quei cosiddetti «dèi» vengono condannati a morte. E usa proprio questo contesto per il suo argomento: se la Scrittura chiama dèi uomini che poi moriranno, il titolo non implica una bestemmia contro il Dio unico.
· Conosce le tradizioni interpretative. La sua argomentazione segue le regole dell'ermeneutica rabbinica (il qal wa-chomer, da minore a maggiore). Sa come ragionavano i suoi interlocutori, conosce i loro metodi, e li usa con maestria.
· Conosce la Scrittura come un tutto vivente. Per lui, la Bibbia non è una raccolta di testi giustapposti, ma un organismo unitario. Il Salmo 82, la Legge, la sua stessa missione: tutto si tiene, tutto parla di Lui (Giovanni 5,39).

3. La risolutezza nell'usare la Scrittura come arma che dà vita e morte

Questa tua espressione è particolarmente felice. La Scrittura, nelle mani di Gesù, è davvero un'arma. Ma un'arma paradossale, che uccide per dare vita.

Dà morte. L'argomentazione di Gesù è letale per l'accusa di bestemmia. La smonta pezzo per pezzo, mostrando che i suoi accusatori sono incoerenti: condannano in lui ciò che la loro stessa Scrittura legittima in altri. È un colpo maestro che li riduce al silenzio. La pietra che stavano per scagliare rimane sospesa, e il versetto 39 annota che «cercavano di prenderlo, ma egli sfuggì loro dalle mani». Non lo lapidano più. La Scrittura ha ucciso la loro accusa.

Dà vita. Ma Gesù non usa la Scrittura per distruggere i suoi nemici, bensì per offrire loro una via d'uscita. Non dice: «Siete ipocriti, morirete nei vostri peccati». Offre loro un argomento. Dà loro la possibilità di fermarsi, di riflettere, di ricredersi. Usa la Scrittura non come una clava per annientare, ma come un bisturi per operare, per aprire uno spazio nella coscienza, per creare le condizioni di un ravvedimento.

È esattamente ciò che la Lettera agli Ebrei dice della Parola di Dio: «È vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetra fino alla divisione dell'anima e dello spirito» (Ebrei 4,12). La Parola taglia, ma il suo taglio è chirurgico, finalizzato alla guarigione. Uccide l'orgoglio per far nascere l'umiltà. Uccide la menzogna per far trionfare la verità. Uccide l'accusa ingiusta per donare la libertà.

In questo, Gesù è il modello perfetto di come si usa la Scrittura: non per vincere una guerra di potere, non per umiliare l'avversario, non per esibire erudizione. Ma per testimoniare la verità nell'amore. La sua risolutezza non è durezza: è la determinazione incrollabile di chi sa che la Parola è l'unica spada che può trafiggere il cuore senza distruggere la persona.

È il compimento di ciò che Dio disse a Geremia: «Io metto le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti costituisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Geremia 1,9-10). La Parola demolisce per costruire. Distrugge per piantare. E Gesù, il Verbo fatto carne, incarna questa dinamica fino alla croce, dove la morte stessa viene uccisa perché sorga la vita.

Giovanni 10:34

Questo versetto è un momento cruciale del conflitto tra Gesù e i capi religiosi. Per comprenderlo, bisogna ricostruire la scena e la logica ...