lunedì, giugno 29, 2026

Matteo 7:3-5

Matteo 7:3-5 (NR06)
«Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?»

Gesù non dice che dovremmo ignorare i difetti degli altri. Dice che dovremmo iniziare da noi stessi. È molto più facile individuare le debolezze altrui che esaminare le nostre. Concentrarci sul bisogno di cambiamento di un'altra persona può distrarci silenziosamente dall'opera che Dio vuole fare in noi. La crescita spesso inizia nel momento in cui smettiamo di chiederci: «Come devono cambiare loro?» e iniziamo a chiederci: «Cosa mi sta mostrando Dio riguardo al mio cuore?».

Matteo 7:3-5 è forse uno dei passi più abusati del Vangelo. Si tende spesso ad usarlo come monito per gli altri, citandolobcon soddisfazione quando qualcuno viene colto in fallo su questo punto, come se lo stesso brano non riguardasse mai chi lo cita, ma sempre qualcun altro.

---
Matteo 7,3-5 è forse il passo più citato... per accusare gli altri di accusare gli altri.

Il meccanismo perverso

La trappola è sottilissima. Io leggo: «Perché guardi la pagliuzza nell'occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave nel tuo?». E immediatamente penso a qualcuno che conosco. Magari a qualcuno che proprio in quel momento mi sta facendo notare un mio difetto. «Guarda che anche tu hai la tua trave!», gli dico, con malcelata soddisfazione.

Ma così facendo, ho appena confermato esattamente ciò che il testo condanna. Ho usato il versetto sulla trave come una pagliuzza da infilare nell'occhio altrui. Ho preso lo specchio che Gesù mi porgeva perché guardassi me stesso, e l'ho girato verso il prossimo. È un cortocircuito spirituale perfetto.

Il versetto diventa così un'arma impropria. Invece di essere un invito all'esame di coscienza, si trasforma in un sofisticato strumento di autodifesa: «Tu non puoi correggermi, perché anche tu sei peccatore». E con questa mossa, ci si immunizza da ogni correzione fraterna.

L'errore di fondo

L'equivoco sta nel dimenticare a chi Gesù sta parlando. Il «tu» del versetto non è un «lui» o un «loro». È un tu diretto, personale, che non ammette deleghe. Gesù non sta dicendo: «Andate in giro a smascherare chi ha la trave». Sta dicendo: «Toglila prima dal tuo occhio, tu».

La parabola è rivolta a chi ha la tendenza a correggere il fratello senza prima esaminare sé stesso. Se io, leggendola, la applico mentalmente a un altro, sono già caduto nella trappola. Ho già dimostrato di avere una trave nell'occhio: la trave dell'autogiustificazione, che mi impedisce di vedere me stesso.

Il vero scopo del brano

Gesù non vieta la correzione fraterna. Il versetto 5 dice: «Togli prima la trave dal tuo occhio; allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello». La correzione è possibile, anzi doverosa. Ma solo dopo un serio lavoro su di sé. Solo quando la trave è stata rimossa — cioè solo quando ci si è riconosciuti peccatori bisognosi di grazia — si può aiutare il fratello con occhio pulito.

Questo ribalta completamente la dinamica. La correzione che nasce da chi si è appena riconosciuto peccatore non sarà mai fatta con acredine, superiorità o sadica soddisfazione. Sarà fatta con lacrime, con amore, con la consapevolezza di essere stati perdonati per primi.

Il test infallibile

C'è un modo semplice per capire se stiamo usando bene o male questo passo. Quando lo leggiamo, a chi pensiamo? Se il primo pensiero è per qualcun altro — per il coniuge, per il collega, per il fratello di comunità — allora stiamo ancora girando lo specchio nella direzione sbagliata. Se invece il primo pensiero è per noi stessi, se proviamo un sussulto interiore e ci chiediamo: «Signore, qual è la trave che mi impedisce di vedere?», allora stiamo cominciando a usarlo come Gesù intendeva.

La Scrittura è spada a doppio taglio, ma il primo taglio è sempre verso chi la legge, mai verso chi ascolta. Solo quando la lama ha operato in noi, possiamo maneggiarla per il bene altrui.

---

«Altre due osservazioni»

1. Citarlo contro altri è usurpare la posizione di Gesù

Quando impugno questo versetto e lo punto contro qualcuno, sto implicitamente assumendo il ruolo che nel testo appartiene a Gesù soltanto. Sono io che, dall'alto della mia presunta lucidità, vedo la trave nell'occhio altrui e gliela faccio notare. Ma nel Vangelo, la voce che dice «Togli prima la trave dal tuo occhio» è la voce del Maestro, non quella di un discepolo che si è autonominato censore.

Il discepolo semmai è il destinatario del rimprovero. È colui che ascolta e trema, perché riconosce di essere stato smascherato. Quando io cito il passo contro un altro, mi metto fuori dal rapporto discepolare con Gesù. Non ascolto più la sua parola: la brandisco. Non mi lascio giudicare: giudico. È un'inversione sottile ma devastante: da uditore della Parola a padrone della Parola.

In pratica, smetto di essere il pubblicano che si batte il petto e divento il fariseo che ringrazia Dio di non essere come gli altri. Con l'aggravante che lo faccio proprio con le parole che avrebbero dovuto smascherare il fariseo che è in me.

2. Citarlo contro altri è autoassolversi con indulgenza

Qui tocchi il nodo più intimo del problema. Quando applico il passo a un altro, automaticamente classifico me stesso come colui che ha la pagliuzza, e l'altro come colui che ha la trave. Ma così facendo, mi concedo una doppia assoluzione.

Primo, minimizzo il mio problema. Una pagliuzza non è nulla di grave. È un fastidio, non una deformità. È un difetto veniale, non un vizio capitale. Dire «io ho la pagliuzza» è un modo elegante per dire «in fondo sono a posto».

Secondo, massimizzo il problema altrui, e così facendo lo disumanizzo. L'altro non è più un fratello da aiutare, ma un caso patologico da additare. La correzione fraterna, che dovrebbe essere un gesto di carità, diventa un atto di superiorità morale.

Ma la verità è che la distinzione tra pagliuzza e trave, nell'economia del brano, non descrive due categorie di persone (i "pagliuzza" e i "trave"). Descrive un'unica persona che ha entrambe le cose, ma ne vede una sola. La trave è proprio questa cecità selettiva. Il mio vero problema non è la pagliuzza che vedo in te, ma la trave che mi impedisce di vedere me stesso. E la trave è fatta di orgoglio, di autogiustificazione, di indulgenza verso di me e severità verso di te.

È una dinamica che i padri del deserto conoscevano bene. Evagrio Pontico parlava della tentazione di guardare i peccati altrui come a un diversivo per non guardare i propri. È più facile scandalizzarsi per la pagliuzza nell'occhio del fratello che piangere per la trave nel proprio, perché la prima operazione mi dà un brivido di superiorità, la seconda mi mette in ginocchio.

Il passo, letto onestamente, non ammette scappatoie. La domanda non è: «Chi ha la trave?». La domanda è: «Qual è la mia?». E finché la risposta è «io ho solo una pagliuzza», la trave è ancora lì, intatta, a ostruire la vista.

1 Corinzi 1:27-29

1 Corinzi 1:27-29 (NR06) «Ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo per svergognare i saggi... affinché nessuno si vanti davanti a Dio». Dio...