«Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.»
Contesto: Paolo è nel mezzo di una difficile e ironica "auto-difesa" (la "follia" di cui parla dall'11:1) contro i "super-apostoli" falsi che si sono insinuati a Corinto. Questi rivali si vantavano delle loro credenziali, della loro eloquenza e forse di esperienze mistiche superiori per sminuire Paolo, giudicato fisicamente debole e oratorio modesto. L'apostolo, riluttante, è costretto a "vantarsi" a sua volta per il bene dei credenti (11:16-12:11), ma lo fa in modo paradossale e sarcastico, per smascherare la vanità di tali confronti.
Significato del Versetto:
1. La Domanda Retorica: "Bisogna vantarsi?"
· La domanda (Καυχᾶσθαι δεῖ;) è carica di ironia e disagio. Paolo sta dicendo: "Davvero siamo arrivati a questo punto? È proprio necessario questo indegno spettacolo di auto-esaltazione?". La risposta implicita è no, non è nella natura del Vangelo.
2. Il Giudizio Morale: "Non è una cosa buona"
· Egli condanna senza appello l'atto stesso del vantarsi (καύχησις, kauchēsis). Nella sua teologia, il vanto è lecito solo nel Signore (1 Corinzi 1:31; 2 Corinzi 10:17), cioè nella croce che annulla ogni merito umano. Qui si riferisce al vanto carnale, mondano, che è una "cosa non buona", contraria allo spirito di Cristo.
3. La Scelta Strategica Paradossale: "tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore"
· Il "tuttavia" (δε, de) segna una dolorosa concessione. Poiché i Corinzi valutano gli apostoli su basi carnali (visioni, esperienze straordinarie), Paolo, sebbene disgustato, "verrà" (ἐλεύσομαι, eleusomai), cioè si dedicherà, a quel terreno.
· "Visioni e rivelazioni del Signore" sono esperienze mistiche straordinarie di accesso alle realtà celesti. Paolo ne ha avute (cfr. Atti 9:3-6; 16:9; 18:9-10; 22:17-21), ma le ha sempre taciute perché non costituiscono il fondamento del ministero. Ora è costretto a parlarne, ma lo farà in un modo unico: parlando in terza persona di "un uomo" (vv. 2-4) e sottolineando subito dopo la sua debolezza (la "spina nella carne", v. 7).
In sintesi, questo versetto è l'apertura sarcastica e amara di un discorso forzato. Paolo sta per raccontare l'esperienza mistica più elevata, ma lo fa solo per dimostrare che la vera gloria cristiana non sta lì. Introducendo l'argomento con questa dichiarazione di disgusto ("non è cosa buona"), smaschera fin dall'inizio la futilità del gioco dei paragoni spirituali. Il vero apostolo non si fonda sulle visioni, ma sulla grazia che si perfeziona nella debolezza (v.9).